Le tecnologie digitali fattore di competitività: quanto investono in innovazione le aziende italiane
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L’elemento su cui le aziende italiane devo investire per uscire dalla crisi è l’innovazione. Secondo i manager è questa la chiave di volta per incentivare la ripresa e tornare a essere competitivi. Su questo fronte, però, troppe aziende nostrane investono cifre che raggiungono solo il 2% del fatturato.

Il quadro emerge da una ricerca condotta da Wobi in occasione del World Business Forum tenutosi a Milano a inizio novembre, di cui è organizzatore. La ricerca ha coinvolto 3.500 manager di altrettante imprese nazionali per individuare le strategie da adottare per superare la recessione.

Il fattore fondamentale per riprendere competitività è la capacità di innovare, indicata come elemento decisivo dal 23% degli intervistati. Una richiesta, quella dei manager, che sembra però scontarsi con le realtà in cui operano: se la maggioranza del management, il 45%, ritiene le aziende italiane abbastanza innovative, un buon 42% le giudica poco innovative, mentre solo il 13% le reputa molto innovative. A questo proposito è poi interessante notare come le aziende consolidate sembrino quelle meno propense all’innovazione. Solo il 9,9% pensa, infatti, che siano sensibili al cambiamento creativo, elemento che, invece, distingue per propria natura le start up, viste dal 49,3% degli intervistati con un’alta propensione all’innovazione.

E i dati in merito agli investimenti su questo fronte sembrano confermare l’opinione dei manager: l’8,5% delle aziende considerate, infatti, non fa nessun investimento in innovazione, mentre il 38% delle aziende investe solo fino al 2% del fatturato. La maggioranza delle imprese è però più lungimirante: il 21% investe dal 2 al 5% e un’identica percentuale dedica all’innovazione un budget compreso tra il 5 e il 10%, mentre l’11,3% ne destina oltre il 10%.

Come viene utilizzato il budget per l’innovazione? Il 25% delle aziende ha migliorato prodotti e servizi esistenti, il 22% ne ha lanciati di nuovi e un’analoga percentuale ha modificato i propri processi (interni ed esterni). Il 15,3% delle realtà ha poi innovato la modalità e i canali di vendita e un’analoga percentuale ha compiuto innovazioni in ambito CRM.

Sul fronte degli strumenti ritenuti più idonei per stimolare innovazione e creatività, la formazione fa la parte del leone, seguita da networking, benchmarking, social media e partnership con altre organizzazioni. Più della metà dei manager, il 50,7%, vede poi nell’accesso alle tecnologie digitali un elemento decisivo per incentivare e facilitare l’innovazione.

Se, dunque, la formazione è la via da seguire non mancano, però, gli ostacoli. I primi, e non stupisce, sono la legislazione e la burocrazia italiane, seguite, però, da "ostacoli interni": l’approccio dei manager poco focalizzato a innovare e l’attitudine dei dipendenti.

Il turismo, insieme a banche e servizi finanziari, è il fanalino di coda dei settori percepiti come creativi e innovativi, indicato in tal senso solo dall’1,6% dei manager. Il campo dell’arredamento e design è, invece, il primo della classifica, seguito da moda e abbigliamento, food & beverage, tecnologia e computing, servizi alle imprese e commercio e dai settori della produzione di beni durevoli e dell’industria chimica e farmaceutica.

Stati Uniti, Corea e Giappone sono i paesi più innovativi e creativi da un punto di vista imprenditoriale secondo gli intervistati. L’Italia si aggiudica 8° posto, seguita da Regno Unito ed Est-Europa ma preceduta da Cina e Brasile, India e Germania. Posizione nelle retrovie invece per Francia e Russia.

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