Competenze digitali: per le aziende sono prioritarie, ma i dipendenti puntano su esperienza e abilità relazionali
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La competenza è la chiave di volta per le professioni del futuro. Un concetto quasi ovvio, che trova tutti d'accordo: imprese e lavoratori. Ma è sulla tipologia di competenza che si apre il divario tra le due categorie. Mentre, infatti, per i datori di lavoro è fondamentale sapersi destreggiare al meglio nell'universo digitale, chi cerca un impiego ritiene prioritarie l'esperienza e le capacità relazionali.

Una divergenza che emerge dal Randstad Workmonitor, l'indagine sul mondo del lavoro realizzata nel terzo trimestre 2013 da Randstad. Un dato è certo: la crisi e la conseguente necessità di essere sempre più competitive spingono le aziende a diventare più esigenti nei confronti dei propri dipendenti rispetto a quanto avveniva anche solo 5 anni fa.

Secondo l'83% dei dipendenti italiani intervistati nel sondaggio Randstad, le aziende si aspettano da loro innanzi tutto competenze digitali,  poi esperienza (75%), capacità relazionali (71%) e istruzione e aggiornamento (70%). All'opposto, quesgli stessi dipendenti ritengono che l'aspetto più importante del proprio ruolo sia l'esperienza (87%), seguita dalle capacità relazionali (82%) e solo in terza posizione le competenze digitali.

Un trend che non si modifica ampliando lo sguardo a tutti e 32 paesi oggetto di indagine. Complessivamente, infatti, per l'86% dei lavoratori le imprese hanno aspettative maggiori nei loro confronti rispetto a 5 anni fa, con picchi del 94% in Cina, del 93% in Brasile, di un'analoga percentuale in Malesia e del 91% in Spagna.

La competenza, dunque, è fondamentale, ma non per tutte le categorie di lavoratori. Nei confronti delle fasce più deboli, come le donne e i giovani, le aziende italiane hanno, infatti, minori aspettative e prevedono mansioni meno impegnative rispetto a quelle degli uomini, anche per il futuro.

In generale, comunque, i requisiti professionali richiesti ai dipendenti sono sempre più strigenti. Una realtà che genera nuove tensioni nei lavoratori, i quali temono di non essere in grado di soddisfare appieno le aspettative dell'azienda. Un dato su tutti è particolarmente significativo: ben il 40% degli intervistati italiani ritiene di non essere in grado di rispondere a tutti i requisiti richiesti, nonostante la quasi totalità del campione si dica pronta a tutto per venire incontro alle necessità dell'impresa. A livello internazionale il risultato non cambia: in alcuni casi, anzi, peggiora ulteriormente. I giapponesi, ad esempio, sono ancora più insicuri degli italiani: il 60% di loro ha infatti risposto di avere forti preoccupazioni per il futuro, mentre interpellati ha paura di perdere il posto il 13% degli italiani intervistati. Si tratta del tasso più alto degli ultimi 3 anni e interessa in particolare gli ultra 55enni, che rappresentano il 25% del totale.

Il timore della disoccupazione si sta, dunque, diffondendo sempre più nel tessuto lavorativo italiano; si teme di essere licenziati, anche se il più delle volte si perderebbe un impiego che non piace. In termini di soddisfazione per il lavoro attuale, infatti, diminuisce di 6 punti percentuali il tasso di chi si dichiara soddisfatto, dal 69% di un anno fa all'attuale 63%. I più scontenti sono i lavoratori più anziani, con un trend in salita costante negli ultimi nove mesi: oggi gli insoddisfatti sono il 21% contro il 10% di un anno fa.

Unico dato stabile rispetto allo scorso anno riguarda la fiducia nella ricerca di un impiego, nonostante a confidare in un nuovo posto di lavoro nei prossimi 6 mesi sia meno della metà degli intervistati.

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