Il lavoro in tempo di crisi: come cambia la motivazione dei dipendenti
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In tempo di crisi, la motivazione si può trasformare in lealtà all'azienda "per mancanza di alternative". La perdita del posto di lavoro, ma soprattutto la paura di non trovarne un altro equivalente, è infatti lo spettro che agita le notti degli europei, e soprattutto degli italiani, ed è il principale motivo di fedeltà a un impiego che, magari, non li soddisfa per nulla, ma che devono tenersi comunque stretto, in mancanza di alternative.

È un quadro a tinte fosche quello emerso dall'ottava edizione del Barometro Edenred-Ipsos sul benessere e la motivazione dei dipendenti in Europa. L'indagine à stata realizzata su un campione di 7.200 lavoratori di 6 paesi (Italia, Belgio, Spagna, Francia, Italia e Regno Unito) ed evidenzia subito un dato di forte impatto: in Italia la metà dei lavoratori teme di perdere l'impiego, contro il 29% del 2008, (in Germania è il 44%) e addirittura il 70% pensa che trovare un'occupazione di pari grado sia difficile.

Un timore che ha come conseguenza una maggiore fedeltà alla propria azienda, anche se la mancanza di alternative sembra minare la motivazione e aumentare invece il grado di insoddisfazione, che è arrivata a coinvolgere il 35% degli italiani, il 27% dei tedeschi (+2%) e il 45% degli spagnoli (+10%). Insoddisfatti, dunque, e anche frustrati: gli inglesi e gli spagnoli guidano la classifica di coloro che pensano di dedicare troppo tempo al lavoro, seguiti dagli italiani e, a pari merito, da tedeschi, francesi e belgi.

Altro dato significativo è lo scollamento sempre più marcato tra il sentimento di appartenenza all'azienda e i riconoscimenti ricevuti. Nel caso italiano, infatti, quasi la metà dei dipendenti interpellati si dichiara insoddisfatta del riconoscimento ricevuto in cambio del proprio impegno lavorativo. Un dato che si aggrava in terra francese, in cui solo il 43% dei lavoratori è soddisfatto, mentre in Spagna il tasso sale al 49%.

Correlato a questo tema è il giudizio sul grado di qualità della vita sul posto di lavoro. Anche in questo caso i più frustrati sono i francesi, seguiti però a ruota dagli italiani: meno di un lavoratore su tre, fra i nostri connazionali, attribuisce alla propria qualità della vita aziendale un voto compreso tra 8 e 10. Un italiano su tre, inoltre, giudica insufficienti le azioni del proprio datore di lavoro riguardo al benessere in azienda, la gestione dei talenti e la trasmissione delle competenze.

"In tempo di crisi, le aziende non devono contare sulla 'lealtà in mancanza di alternative'. Occorre sviluppare politiche attive e mirate a vantaggio dei lavoratori dipendenti, in particolare per quegli aspetti chiave che sono il benessere sul luogo di lavoro e la crescita professionale" commenta Antoine Solom, direttore internazionale di Ipsos Loyalty.

Il discorso cambia, infatti, se si sposta lo sguardo al mondo anglosassone: all'opposto di francesi, italiani e spagnoli, infatti, gli inglesi oppongono alla crisi una maggiore resistenza grazie a un modello basato su un netto distacco tra il dipendente e l'azienda in cui lavora e grazie a politiche di gestione delle risorse umane particolarmente attive in materia di benessere in azienda e crescita professionale. Di conseguenza, ben il 40% degli inglesi giudica ottima la propria qualità di vita nel posto di lavoro, assegnandole un voto che oscilla dall'8 al 10, contro il 23% dei lavoratori francesi.

Ancora migliore la situazione in Germania e Belgio, dove un clima aziendale più contrattualizzato favorisce l'equilibrio tra l'impegno lavorativo e il riconoscimento ottenuto. Oltre la metà dei dipendenti tedeschi e il 59% di quelli belgi dichiara, quindi, la propria soddisfazione, con un grado di demotivazione minimo in entrambi i paesi.

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