LinkedIn: quando non accettare le richieste di collegamento che arrivano da sconosciuti
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Se Facebook ha ampliato il concetto di amicizia, LinkedIn ha ampliato quello di rete professionale, tanto che per la maggior parte dei suoi 500 milioni di iscritti nel mondo quella di accettare richieste di collegamento da parte di persone che non conoscono, e che magari lavorano in settori completamente diversi dal loro, è una normale prassi adottata in nome della “costruzione del network”.

Le scuole di pensiero sul tema si dividono: c’è chi ritiene che non accettare richieste di collegamento da chi non si conosce equivalga a rifiutarsi di parlare con qualcuno che si incontra a un evento di networking, e c’è invece chi pensa che i contatti su LinkedIn abbiano valore solo se rilevanti, basati su interessi professionali condivisi o sulla conoscenza diretta, e che quindi le richieste provenienti da sconosciuti vadano valutate con attenzione per preservare la coerenza del proprio network. A questa seconda scuola di pensiero fa riferimento Michael O’Donnell di Thesis Ventures, che proprio su LinkedIn spiega in quali casi non accetta inviti al collegamento da parte di persone che non conosce. Eccoli.

1. Il profilo di chi chiede il collegamento non ha una foto, oppure ha un’icona o un logo aziendale. LinkedIn è un social network basato sulle relazioni fra persone, non fra entità o oggetti inanimati. Se si vuole seguire un’azienda o un brand si può farlo sulla pagina di quell’azienda, e un profilo senza foto potrebbe anche essere un fake. Non si può, dice O’Donnell, instaurare una relazione, anche social, senza associare un nome a un viso.

2. Il profilo presenta poche informazioni. Chi chiede il collegamento dovrebbe almeno fare lo sforzo di compilare il proprio profilo con le informazioni necessarie per fare capire agli altri chi è e cosa fa. Se il profilo è scarno, chi riceve la richiesta non avrà modo di capire con chi ha a che fare e quindi nessun motivo per accettarla.

3. Chi richiede il collegamento ha pochissimi contatti. Il rischio è quello di un profilo falso: anche se si è all’inizio della carriera, o al debutto su LinkedIn, prima di chiedere a sconosciuti di entrare a far parte del proprio network bisognerebbe almeno costruirsi una rete di contatti “diretti”. Chi accetta il contatto di fatto “introduce” la persona che lo richiede nella propria rete. Ma se nessuna conoscenza diretta di questa persona l’ha introdotta nella propria rete, perché dovrebbe farlo qualcuno che non la conosce?

4. Il messaggio di richiesta è il generico: “Vorrei aggiungerti alla mia rete professionale su LinkedIn”. Chi vuole collegarsi a una persona che non conosce dovrebbe per lo meno formulare un invito personalizzato, magari spiegando quali sono gli interessi professionali o gli ambiti di lavoro in comune. Se chi chiede il contatto non dedica due minuti del proprio tempo a scrivere una frase, chi riceve l’invito potrebbe non essere motivato a dedicare un secondo ad accettare la richiesta.

5. Chi chiede il collegamento mente su come ci si è conosciuti. Se il richiedente dice di essere un ex collega, un compagno di studi o una persona con cui si è seguito un corso di aggiornamento e non è vero, i presupposti per cominciare una nuova relazione professionale vengono decisamente a mancare.

6. L’invito a collegarsi segue l’invio di InMail con contenuti promozionali o proposte commerciali. Sembra impossibile, ma c’è ancora chi pensa che ottenere il collegamento su LinkedIn sia un’autorizzazione a fare pubblicità non richiesta.

7. Chi chiede il collegamento ha un profilo smaccatamente autocelebrativo, e magari più di 10mila contatti. Chi riceve la richiesta può non avere voglia di divenire un altro dei tanti “fan” del richiedente e faticare a capire quale valore aggiunto potrebbe offrire a chi ha già un vastissimo network da mettere in vetrina.

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