Se i dipendenti sono ambasciatori di brand: come le aziende possono utilizzarne la voce
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Si chiama “employee advocacy”, ed è la strategia che vede le aziende mobilitare i dipendenti per fargli raccontare le storie legate al brand attraverso i canali social personali, “sfruttandone” la voce per generare interazione con i potenziali clienti, influenzarli nei processi d’acquisto e accrescere la brand awareness. Il potenziale di marketing è molto elevato, perché gli utenti del web sono più inclini a cliccare e interagire con i contenuti di brand se questi vengono condivisi sui social da chi in azienda ci lavora. LinkedIn, per esempio, ha rilevato che uno stesso contenuto viene cliccato il doppio delle volte se è postato dai dipendenti: quando è pubblicato dall’account aziendale, i clic si dimezzano.

L’importanza del supporto social dei dipendenti
Benché tutti i dati evidenzino che la voce dei dipendenti è sempre più importante per generare interazione con i potenziali clienti (se si considera che l’utente medio di Facebook, per esempio, ha 130 connessioni, si capisce il valore di marketing che il supporto social dei dipendenti può avere per un brand), un’indagine condotta da Lewis Global Communications a livello globale ha rilevato che le aziende sono però ancora poco capaci di implementare iniziative di “employee advocacy” che stimolino i dipendenti a condividere i contenuti di brand in modo strutturato e continuativo.

Mancano le iniziative per stimolare l’attività social
Il 60% dei dipendenti intervistati da Lewis ritiene infatti che programmi strutturati di employee advocacy (che prevedono anche un riconoscimento per l’attività svolta) aumentino la motivazione a usare gli account social personali a favore del brand; metà delle aziende non ha però ancora attivato alcun programma, e metà dei dipendenti delle aziende che non hanno programmi di employee advocacy ha invece dichiarato che ne prenderebbe volentieri parte. Più della metà degli intervistati (52%) sarebbe inoltre disposto a creare contenuti – come post su social media o blog – per l’azienda in cui lavora se gli venisse chiesto.

Se i social sono vietati in orario di lavoro
Quasi tre quarti degli intervistati ha affermato che la propria azienda dovrebbe essere più attiva sui social media. Per contro, metà delle aziende interpellate ancora vieta ai propri dipendenti di usare i social durante l’orario di lavoro. Il 73% dei dipendenti condivide contenuti relativi alla propria azienda su di uno o più dei propri canali social personali, principalmente perché orgogliosi dell’azienda (54%) e perché desiderosi di sostenerla (37%).

Facilitare l’attività del dipendente “ambasciatore”
La tipologia di contenuti aziendali più condivisa dai dipendenti sui social sono le notizie, seguite da video e foto e dagli aggiornamenti su temi relativi alle risorse umane. Il 60% suggerisce però alla propria azienda di sviluppare più contenuti fotografici da condividere, e il 46% raccomanda di migliorare le campagne sui social utilizzando più video. Il 41% vorrebbe che l’azienda facesse formazione specifica sui social media per tutti i dipendenti, e il 46% suggerisce di introdurre premi per chi condivide contenuti dell’azienda sui propri canali social personali.

Intercettare la disponibilità per ottenere risultati
Da parte dei dipendenti, sottolinea quindi lo studio, c’è entusiasmo, ma i datori di lavoro hanno ancora ampi margini di miglioramento per facilitare la trasformazione dei propri staff in brand ambassador. “Avere dipendenti coinvolti è un grande vantaggio per qualsiasi brand”, dice Michael Brito di Lewis Global Communications. “Mobilitando i dipendenti alla partecipazione nelle conversazioni aziendali si alimenta la macchina dei contenuti dei brand e si accresce la brand awareness. La volontà dei dipendenti non manca, e le aziende dovrebbero intercettare questa disponibilità per raggiungere nuove audience online, estendere il reach dei contenuti organici e umanizzare il proprio messaggio”.

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