Profili social: i 10 errori più comuni che gli utenti fanno su LinkedIn
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Nell’era del “social recruiting”, il 70% delle aziende ricerca e seleziona candidati attraverso i social network e il 90% usa le piattaforme social per una più approfondita valutazione dei curriculum che hanno già “passato” la prima selezione. Prevedibilmente, riferiva qualche tempo fa un’indagine di Jobvite, il social più consultato è LinkedIn, cui i recruiter fanno sempre maggiore riferimento soprattutto per ricercare i candidati più in linea con le esigenze aziendali.

Ma se LinkedIn è considerato dalle aziende una risorsa indispensabile attraverso cui trovare e verificare informazioni e reputazione online dei professionisti che ricercano, gli errori in cui gli utenti di LinkedIn incappano nel “compilare” i propri profili sono ancora numerosi. A indicarli è ALI, società italiana di consulenza e servizi attiva nel campo delle risorse umane che ha identificato i 10 errori più comuni che commettono gli utenti italiani. Evitarli, dice la società, è la chiave per sfruttare al meglio le potenzialità offerte dal social. Eccoli.

LinkedIn non è Facebook
Sembra superfluo rimarcarlo, ma utilizzare LinkedIn come se fosse Facebook è uno degli errori più comuni commessi dagli utenti. I due social hanno caratteristiche, pubblici e scopi completamente diversi, e occorre evitare di pubblicare su LinkedIn post e contenuti di carattere personale – o attinenti alla sfera personale – che non hanno alcuna rilevanza professionale.

La foto sbagliata
Anche questo è un errore molto comune, che fra l’altro balza subito all’occhio dei recruiter aziendali. La foto personale a corredo del profilo LinkedIn è quella che permettere di rendersi riconoscibili (un profilo senza foto risulta meno “efficace”), ma deve essere professionale: così come non si andrebbe a un colloquio di lavoro in gruppo, con una bottiglia di birra in mano o con il cane, allo stesso modo sono da evitare le foto che ritraggono in queste situazioni. Meglio optare per un sobrio primo piano su uno sfondo adeguato.

Una vetrina statica
Usare LinkedIn come una semplice vetrina dove “esporre” passivamente il proprio profilo ne riduce l’efficacia e le potenzialità, rendendo la presenza sul social indistinguibile da quella sulle classiche piattaforme di curriculum online. Ciò che aumenta la visibilità del profilo e costruisce il brand personale è l’utilizzo attivo di LinkedIn, cioè la partecipazione alle discussioni dei gruppi professionali di interesse, le condivisioni e i commenti ai post di altri, la pubblicazione regolare di post relativi al proprio ambito di attività.

Una rete troppo piccola
Se è vero che i contatti su LinkedIn devono essere "attinenti" (non sono amici di Facebook) una rete di contatti troppo ristretta rende il profilo difficilmente visibile e raggiungibile dai recruiter potenzialmente interessati. È quindi importante costruire un network sufficientemente articolato, connettendosi con un target di profili con cui si hanno interessi professionali comuni.

L’approccio affrettato
Un altro errore ancora troppo comune è quello di presentare subito la propria candidatura (o il proprio prodotto/servizio) non appena si entra in contatto con qualcuno. Prima di proporsi, e prima di utilizzare inopportunamente LinkedIn come canale di vendita, è bene creare una relazione con la persona che si contatta, cercando di capire se ci sono opportunità di collaborazione.

Il valore delle referenze
Non chiedere – e non rilasciare – referenze a colleghi, superiori e clienti è un errore. Poche righe di apprezzamento da parte di qualcuno con cui si ha avuto un rapporto professionale valgono più di molte righe di autocelebrazione. Le referenze danno credibilità al profilo e ne fanno emergere i punti di forza: per ottenerle si può iniziare rilasciandone alle persone più vicine o stimate professionalmente.

Se manca la storia
Il profilo LinkedIn serve a raccontare non solo le esperienze professionali, ma anche la persona che c’è dietro. Non compilare la parte di “riassunto” del profilo LinkedIn ne riduce l’efficacia, perché significa non cogliere l’opportunità di fare “personal storytelling” raccontando in poche righe discorsive la propria storia professionale, i risultati conseguiti, gli obiettivi futuri. Tutti elementi che aiutano i recruiter a farsi un’idea più completa della persona.

Le informazioni discordanti
Le informazioni contenute nel profilo LinkedIn devono essere coerenti con quelle riportate nel curriculum. Sembra ovvio, ma spesso non è così. Informazioni discordanti sono un pessimo biglietto da visita.

Il “job title” non basta
Uno stesso titolo professionale può significare cose diverse in aziende diverse, e come unica indicazione può essere poco significativo. Pertanto l’errore da evitare è quello di non inserire, nel campo “attività” del profilo LinkedIn, le specifiche del ruolo, cioè mansioni, attività, responsabilità, progetti svolti.

I dettagli contano
Spesso gli utenti non inseriscono i giusti dettagli nella sezione del profilo dedicata alle informazioni: settore di appartenenza, funzione aziendale e localizzazione geografica, per esempio, sono invece alcuni dei filtri più usati dai recruiter. Non inserirli o non aggiornarli esclude da molte ricerche, e una localizzazione troppo generica riduce di molto la capacità di comparire in ricerche territoriali.

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