Chi è il viaggiatore bleisure: l'identikit di chi estende il viaggio di lavoro per piacere e i 3 problemi che pone alle aziende
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Chi lo fa una volta è molto probabile che ripeta l’esperienza, e chi non lo fa non è perché non ne abbia voglia, ma semplicemente perché non ne ha il tempo. Stiamo parlando del bleisure, cioè l'estensione del viaggio di lavoro per concedersi una vacanza nella destinazione: fenomeno non certo nuovo, ma che negli ultimi tempi è al centro dell’attenzione non solo per il “peso” turistico che ha sulle destinazioni ospiti, ma anche per le nuove tematiche gestionali che pone alle aziende.

L’identikit del viaggiatore bleisure
Il punto della situazione lo fa la Global Business Travel Association con un’indagine che profila il viaggiatore bleisure, ne delinea comportamenti e motivazioni e identifica gli ambiti in cui le aziende possono intervenire per migliorare l’esperienza del dipendente e allo stesso tempo allinearla alle proprie policy di travel management. L’indagine, condotta su un campione di quasi 700 business traveller nordamericani, evidenzia che nell’ultimo anno è stato il 37% degli intervistati ad allungare un viaggio di lavoro con finalità leisure (nel caso dei Millennial la percentuale sale al 48%): in media, il viaggiatore bleisure va in trasferta almeno 7 volte l’anno (ovviamente non tutti i viaggi diventano beisure), lavora in un’azienda con 950 dipendenti e guadagna 79mila dollari l’anno. Nel 58% dei casi ha figli piccoli a casa e nel 44% dei casi la parte leisure del viaggio l’ha trascorsa con un accompagnatore.

Il tempo e le strutture del bleisure
Il tempo del leisure è tuttavia mediamente breve: in genere 3 giorni, con solo il 23% del campione che ha allungato il soggiorno per un tempo superiore; la ragione del bleisure è quasi sempre turistica, cioè il desiderio di visitare una destinazione per la prima volta o trascorrervi del tempo se vi si è già stati, ma per tanti è anche un modo meno costoso di fare una vacanza (il biglietto aereo lo paga l’azienda). E chi non sceglie l’opzione bleisure è prevalentemente per mancanza di tempo: pochi (il 18%) quelli che non possono allungare il soggiorno per questioni di policy aziendale e ancora meno (17%) quelli che non lo fanno perché considerano la destinazione del viaggio di lavoro poco attrattiva. Mediamente, il 91% dei viaggiatori bleisure trascorre in hotel la parte business del viaggio e l’81% anche la parte leisure; l’82% dichiara comunque di trascorrere tutto il soggiorno nella stessa struttura (albergo o altro), soprattutto per una questione di comodità.

I tre problemi che devono affrontare le aziende
Il primo problema che il bleisure pone alle aziende è quello relativo ai costi di trasporto: mentre il 39% degli intervistati ha pagato di tasca propria la differenza di prezzo del biglietto di aereo/treno derivante dall’estensione del soggiorno, il 27% non lo ha fatto e il 26% sostiene che non ci fosse alcuna differenza. La difficoltà per le aziende è dunque quella di distinguere fra costo business e costo leisure e stimare quindi l’eventuale differenza, inquadrando poi il tutto nelle norme della travel policy. Un secondo aspetto è relativo alla responsabilità: come si deve comportare l’azienda nel caso in cui il dipendente richieda assistenza (di qualunque tipo) nella parte leisure del viaggio? Dove comincia e finisce la “duty of care” dell’azienda? Infine, il tema dell’accommodation: i viaggiatori che pianificano una parte leisure del viaggio di lavoro tendono a prenotare l’albergo con strumenti consumer e al di fuori dei canali aziendali. Ciò significa, dice lo studio, che per indurre i dipendenti a rimanere entro il programma di policy le aziende devono attivarsi per fare ottenere loro lo sconto corporate anche per la parte leisure e personale del soggiorno.

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