Italiani favorevoli alla parità di genere in azienda, ma poi preferiscono che il capo sia un uomo
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Italiani attenti alle pari opportunità in azienda ma poi, quando si va al sodo, dichiarano in maggioranza di preferire che il capo sia un uomo. Sostengono che nelle aziende italiane non ci sia disparità di trattamento ma poi ammettono che, a parità di competenze, per un posto di lavoro vengono favoriti i candidati uomini.

A rilevare le italiche contraddizioni è il Workmonitor di Randstad, dal quale emerge, secondo il report stesso, “una visione strabica” sulla questione della diversità di genere sul posto di lavoro. Secondo i risultati della ricerca, il 91% dei dipendenti italiani preferisce lavorare in contesti caratterizzati dalla diversità di genere, ritenendo che portino a risultati migliori rispetto a team omogenei. Ma il 75% dei dipendenti italiani afferma che il suo diretto superiore è un uomo, e quasi due su tre (il 64%) dicono di preferire un capo maschio.

“C’è un’asimmetria”, dice l’amministratore delegato di Randstad Italia Marco Ceresa, “tra la sostanziale solidarietà nei rapporti di lavoro orizzontali tra pari, in cui appaiono ormai evidenti quasi a tutti i vantaggi della diversità di genere in azienda, e la visione più tradizionalista nelle relazioni gerarchiche, in cui il personale femminile sembra discriminato a vantaggio di quello maschile per l'avanzamento di carriera e per le posizioni di comando”.

I numeri, dice il report, dimostrano che la diversità di genere è considerata un valore soprattutto nei rapporti fra colleghi allo stesso livello di carriera, tanto da riflettersi nella percezione (dell’81%) che nelle imprese italiane a parità di funzione corrisponda una parità di trattamento. Ma poi i nodi vengono al pettine: a domanda diretta l’80% ritiene che, a parità di competenze, per un posto di lavoro vengano favoriti i candidati uomini e il 33% pensa che uomini e donne non abbiano le stesse possibilità di ottenere un lavoro o una promozione.

Di conseguenza non sono pochi gli italiani favorevoli ad una disparità di trattamento per riuscire a garantire l'obiettivo della diversità: il 43% giudica positivamente che un genere sia favorito sull'altro a questo scopo (ben il 7% in più della media globale e addirittura il 13% in più della media europea).

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