La sharing economy per gli eventi fra nuove piattaforme e perplessità degli organizzatori
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I servizi della sharing economy possono essere utilizzati per meeting ed eventi? La risposta è senz’altro positiva, visto che a esprimere serie perplessità è una minoranza degli organizzatori e che il mercato – poco in Europa ma molto negli Stati Uniti – si muove già in tal senso da almeno un paio d’anni. Non solo per i servizi di trasporto o di ospitalità, dove Uber e Airbnb fanno la parte del leone, ma anche per quelli di food & beverage, di affitto delle location e persino di condivisione di allestimenti e infrastrutture. Per tutto o quasi, oggi c’è un servizio di sharing apposito.

La geografia di favorevoli e contrari
Il tema è stato affrontato da IMEX, la fiera della meeting industry svoltasi la settimana scorsa a Francoforte, che ha ospitato una sessione in proposito e condotto un'indagine su 729 meeting planner di tutto il mondo per scoprire che soltanto il 35% non userebbe un servizio di sharing economy per il proprio evento. Curiosamente i più contrari sono gli americani (e i tedeschi), mentre gli organizzatori asiatici, sudamericani e dell’area mediorientale sono significativamente più aperti alla possibilità.

Le ragioni della perplessità degli orgnizzatori
Le ragioni della contrarietà, ha rilevato IMEX, riguardano prima di tutto l’incertezza sulla qualità del servizio erogato e l’assenza di garanzie di sicurezza (intesa come tutela fisica dei partecipanti), ma anche la mancanza di regole e di tassazione concorrono ad alimentare i dubbi degli organizzatori. Fra i contrari il 32% pensa che nei prossimi anni la sharing economy avrà più consensi sul mercato degli eventi, mentre il 44% è convinto che il futuro porterà con sé molti nuovi servizi di sharing in diversi ambiti. In generale, il 34% degli organizzatori intervistati pensa che nei prossimi 5 anni la sharing economy guadagnerà business nel settore degli eventi.

L'evoluzione del servizio per i clienti corporate
Dal canto loro, i servizi della sharing economy puntano ormai esplicitamente al mercato degli eventi e dei viaggi di lavoro: Uber e il competitor Lyft hanno da tempo introdotto servizi di pagamento e di monitoraggio specifici per i clienti corporate, mentre Airbnb, nell'ambito del proprio programma Business, segnala ora gli alloggi che hanno wi-fi, postazioni di lavoro, ferro da stiro, asciugacapelli e check in 24 ore al giorno (e i cui proprietari non possono cancellare il soggiorno a meno di una settimana dall’arrivo) come “adatti per il business travel”. Ad allarmarsi per questa evoluzione del servizio non sono soltanto gli alberghi, ma anche gli organizzatori, per i quali questa frammentazione dell’ospitalità significa non poter negoziare contratti e allotment con gli alberghi e ripensare completamente il sistema di transfer verso la sede dell’evento.

Quando la sharing economy ha salvato la situazione
A coglierne invece il lato positivo sono le destinazioni, cui la sharing economy può dare una mano in caso di grandi eventi: il caso più noto è quello dei Mondiali di calcio 2014 in Brasile, quando le autorità delle 12 città che ospitavano le partite furono ben felici che Airbnb contribuisse a ospitare parte dei 3,5 milioni di tifosi in arrivo che l’hotellerie locale non era dimensionata ad accogliere. Ma anche Uber è tornata utilissima a diversi organizzatori quando gli scioperi dei tassisti nelle grandi città Usa minacciavano la mobilità dei partecipanti agli eventi in corso. Agenzie come Experient, che è parte del gruppo Maritz e ha uffici nelle maggiori città degli Stati Uniti, sta dialogando con Airbnb per capire come attivare una collaborazione strutturata per aumentare la disponibilità ricettiva in occasione degli eventi che organizza.

Le nuove piattaforme per il mercato degli eventi
La sharing economy si è però ormai spinta oltre i confini dell’accommodation, dove peraltro si sta anche tematizzando (MagicEvent per esempio offre alloggi in prossimità di centri congressi e quartieri fieristici), e del trasporto privato: ci sono piattaforme per l’affitto di location non commerciali (Splacer e Breather), e piattaforme di social eating come VizEat, che Airbnb ha utilizzato per fare cenare a casa dei residenti 1.000 dei partecipanti alla propria convention di Parigi nel 2015, aggiungendo all’evento l’atout dell’esperienza locale. E poi c’è ShowSlice, piattaforma di condivisione delle infrastrutture per eventi: nata a Londra, mette in contatto organizzatori (anche concorrenti) che hanno in programma eventi nelle medesime location o in location vicine fra loro, per condividere allestimenti e infrastrutture – smontate da una parte, vengono subito rimontate dall’altra – con evidente risparmio di lavoro, materiali e soldi.

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