In Italia arrivi turistici a +50% ma 38 miliardi di euro sono andati perduti: l’analisi di 15 anni di flussi e le ragioni del ritardo del Sud
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Nel turismo l’obiettivo non è solo attrarre turisti, ma anche trattenerli nella destinazione. Più lunga è la permanenza, maggiore sarà la spesa e più consistente la ricaduta sulla filiera e sul territorio. Considerato da questa angolazione, il turismo italiano negli ultimi 15 anni non ha ottenuto risultati brillanti: nonostante nel periodo 2001-2015 gli arrivi internazionali siano aumentati del 50%, la permanenza media si è ridotta e la spesa pro capite reale risulta di conseguenza inferiore del 35% (da 1.035 a 670 euro).

In soldoni – è proprio il caso di dirlo – significa che se i 53 milioni di arrivi registrati nel 2015 avessero avuto una permanenza media uguale a quella del 2001 (cioè 4,1 giorni invece degli attuali 3,6) l’Italia avrebbe incassato 38 miliardi di euro in più, che invece sono andati perduti. L’analisi dei mancati incassi è contenuta nel report Il turismo nello scenario internazionale che Confturismo e Ciset hanno presentato sabato scorso a Cernobbio in occasione del Forum di Confcommercio e dal quale emerge la necessità di ripensare il modello di offerta turistica per contrastare il fenomeno della domanda “mordi e fuggi”.

I dati del report indicano che il turismo internazionale in Italia è per il 70% di origine europea – i tedeschi sono in testa con 10,7 milioni di arrivi nel 2015 – in leggero calo rispetto a 15 anni fa, quando i flussi dall'Europa erano il 74% del totale; è aumentato quindi il peso dei paesi extra UE, con un contributo di oltre il 35% alla crescita nel periodo.

In particolare si è registrata la riduzione del peso di Germania, Regno Unito e Stati Uniti, la crescita significativa di Cina e Russia e la tenuta di Francia, Spagna e Olanda. Il risultato è che il ranking per numero di arrivi si è modificato: i primi quattro paesi (Germania, Usa, Francia e Regno Unito) mantengono la posizione occupata nel 2001, Cina e Russia sono salite rispettivamente dal 9° al 5° e dal 10° all’8° posto e Austria (7°), Olanda (9°) e Spagna (10°) hanno tutte perso qualche posizione.

Più del 60% degli arrivi internazionali è assorbito da 4 regioni – Veneto, Lombardia, Toscana e Lazio – mentre le regioni del Sud catalizzano solo il 12% degli arrivi. Le isole risultano tuttavia più attrattive del Sud continentale, a conferma che il problema non sono tanto le infrastrutture quanto piuttosto la qualità media dei servizi.

La poca attrattività del Sud continentale nei confronti del turismo internazionale, dice infatti la ricerca Confturismo-Ciset, è generalmente attribuita alla carenza di infrastrutture, ma il vero problema è la bassa qualità dei servizi che vi sono offerti. Prova ne è, sostengono gli analisti, che Sicilia e Sardegna registrano un numero di arrivi internazionali proporzionalmente più alto rispetto, per esempio, a Piemonte e Campania, a fronte di una dotazione infrastrutturale inferiore. Ecco allora che le caratteristiche dell’offerta (qualità dei servizi ricettivi, di ristorazione, culturali, d’intrattenimento) sono da considerare prioritarie rispetto all’accessibilità fisica della destinazione.

Le previsioni per i prossimi tre anni (2016-2018) sono di crescita: gli arrivi internazionali aumenteranno mediamente del 3% l'anno, con picchi dai mercati emissori di Cina (+13,7% nel triennio) e Stati Uniti (+7,8%).

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