La sharing economy scrive all’Europa: “no alle leggi che limitano lo sviluppo delle piattaforme collaborative”
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Airbnb e Uber sono i nomi più noti, ma in calce alla lettera inviata a Mark Rutte, primo ministro olandese e presidente di turno dell’Unione Europea, ci sono le firme anche di altre 45 imprese dell’economia collaborativa che operano in Europa, ben decise a non farsi tarpare le ali dalle leggi locali e nazionali che mirano a regolamentarne le attività.

Nella lettera, inviata il 10 febbraio, i 47 della sharing economy plaudono all’annuncio della Commissione Europea di voler stilare entro il 2016 un’agenda europea dell’economia collaborativa che conterrà le indicazioni su come applicare le leggi esistenti ai loro innovativi modelli di business. Però, in vista del Consiglio europeo sulla competitività che si terrà il 29 febbraio, fanno appello agli stati europei affinché le leggi locali e nazionali non limitino in maniera non necessaria lo sviluppo della sharing economy: ciò, dicono, andrebbe a tutto svantaggio dei cittadini europei.

Le aziende della sharing economy, dice la lettera, operano in tanti e diversi settori merceologici ma sono accomunate dall’uso della tecnologia per portare prodotti e servizi alle persone in una modalità completamente nuova. “In qualità di innovatori”, dicono, “stiamo sfidando i tradizionali canali di distribuzione con nuovi modelli di business che promuovono la micro imprenditorialità e il lavoro flessibile, offrono maggiore scelta e convenienza ai consumatori e ottimizzano le risorse”.

La richiesta è quindi quella che il Consiglio sulla competitività riconosca il contributo positivo dell’economia collaborativa per lo sviluppo sostenibile dell’Europa e che l'Europa stessa tuteli le imprese della sharing economy dalle leggi degli stati. Quindi si alle regole, basta che non siano troppo restrittive e non frenino la crescita.

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