L'Italia non è più un paese di imprenditori: poca motivazione e molta paura di fallire frenano la nascita di nuove aziende
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La vocazione imprenditoriale degli italiani è ferma al palo, e la capacità di fare impresa che ha reso il paese una delle maggiori economie del mondo sembra essere ormai un fasto del passato. Lo si evince dal più recente rapporto di GEM, il Global Entrepreneurship Monitor che produce annualmente uno studio di ampia portata sull’imprenditorialità in 62 paesi del mondo, comparandone motivazioni, possibilità e capacità di fare nuova impresa per assicurarsi un futuro di sviluppo economico.

Secondo il GEM Global Report 2015/2016, pubblicato questo mese, nelle 62 economie considerate il 21% degli adulti in età lavorativa intende avviare una nuova impresa nei prossimi 3 anni e il 66% ritiene che fare l’imprenditore sia una buona scelta di carriera. In Italia, invece, a voler lanciare un nuovo business è meno del 5% delle persone in età produttiva, e quanto a percezione positiva della carriera imprenditoriale siamo al 29° posto, a conferma che il fare impresa è oggi considerato in Italia come sempre più difficile.

L’Italia si posiziona molto in basso rispetto alla maggior parte degli indicatori analizzati dal report: rispetto ai 62 paesi considerati è al 53° posto per come i cittadini percepiscono le opportunità imprenditoriali e addirittura al 56° per come percepiscono le proprie capacità imprenditoriali. Inoltre l’Italia si posiziona al secondo posto per timore di fallire, preceduta soltanto dal Kazakhstan. Interessante notare che i paesi dove questi indicatori sono più alti, e dove quindi c’è maggiore spinta verso l’imprenditorialità, sono i paesi africani, in particolare Senegal, Burkina Faso e Botswana.

Il report divide i paesi considerati in tre categorie: economie guidate dall’innovazione (cioè sviluppate), economie guidate dalla ricerca dell’efficienza ed economie di produzione basate su risorse naturali e forza lavoro non qualificata: in tutte la motivazione dominante delle persone per avviare un’attività imprenditoriale è legata più alla ricerca di nuove opportunità che non a fattori di necessità, anche se le motivazioni di necessità prevalgono nei paesi emergenti (31%) rispetto ai paesi sviluppati (22%).

Il basso posizionamento dell’Italia non è legato soltanto alla scarsa fiducia o insufficiente attitudine imprenditoriale degli italiani, ma anche a indicatori economici concreti: per esempio, siamo al 55° posto per politiche di governo a sostegno delle imprese (ai primi posti ci sono Belgio, Corea del Sud, Cina e Svizzera) e al 57° posto per tasse e burocrazia che gravano sulle imprese (peggio di noi fanno solo Grecia, Brasile, Portorico, Croazia e Argentina). Va un po’ meglio sul fronte delle dinamiche di mercato interno (49° posto) e su quello degli oneri per aprire un’impresa (29°) posto, ma di nuovo il posizionamento crolla (56°) in tema di norme sociali e culturali che favoriscono l’imprenditorialità, indicatore per il quale i primi posti vanno a Israele, Usa e Libano e gli ultimi a Slovenia, Ungheria e Croazia.

L’Italia, viene da dire, rimane pur sempre una delle maggiori economie del mondo, con una produzione di Pil che, se seppur in crescita minima, ha comunque un valore elevato: le valutazioni del report hanno però un impatto sul futuro e devono essere accolte come un segnale d’allarme: la bassa propensione di un paese a fare impresa non potrà che tradursi, in un futuro più o meno lontano, in un progressivo declino della sua economia.

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