Lavoro flessibile: in Italia l’ostacolo è tecnologico e culturale, i dipendenti più scettici delle aziende
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È la rivoluzione copernicana dell’organizzazione aziendale, ma in Italia fatica a prendere piede. E curiosamente la resistenza sembra arrivare non tanto dalle imprese, quanto invece dai dipendenti, poco inclini al cambiamento per ragioni culturali e di insufficienti competenze tecnologiche. A sondare il mood nazionale riguardo al cosiddetto smart working, detto anche lavoro agile o flessibile – cioè la possibilità di lavorare fuori dall’ufficio e in orari autonomi – è un’indagine che Vodafone ha condotto in 10 paesi, fra cui l’Italia, intervistando dipendenti e datori di lavoro.

A livello globale, ha rilevato Vodafone, il 75% delle aziende ha introdotto politiche di lavoro flessibile per consentire ai dipendenti di organizzare in modo più autonomo la propria giornata di lavoro, utilizzando la tecnologia per lavorare da casa o in mobilità. L’Italia è in linea con il dato globale, con il 70% delle aziende che consente il lavoro flessibile, ma ad averne usufruito è soltanto il 31% dei dipendenti, percentuale che colloca il paese al penultimo posto fra i 10 considerati, seguito solo da Hong Kong.

E qui arrivano i dati interessanti: fra chi ne ha usufruito, il 72% dichiara che ci sono ancora ampi margini di miglioramento e il 39% dice di non avere scelto spontaneamente di utilizzare il lavoro flessibile ma di esserne stato richiesto dall’azienda. Fra chi invece non l’ha mai sperimentato, il 43% dichiara di preferire la tradizionale organizzazione, il 38% ritiene che lavorare da casa non si concili con il proprio ruolo in azienda e il 9% teme ripercussioni negative sulla carriera.

Le forme di lavoro agile più utilizzate sono l’orario flessibile, il part-time e la possibilità di lavorare da casa, e c’è comunque consenso sul fatto che la flessibilità generi benefici: l’80% dei lavoratori pensa che migliori la vita personale, il 32% lo ritiene un vantaggio per occuparsi meglio della famiglia e l’8% lo sceglie per ridurre i costi degli spostamenti.

Per lavorare fuori dall’ufficio si usa soprattutto lo smartphone (58%) – anche se solo il 14% degli intervistati ha un dispositivo aziendale – e solo in misura minore il computer desktop (27%) o portatile (23%). Tuttavia, se l’80% delle persone controlla la posta elettronica dallo smartphone, solo il 40% è in grado di usare app o software per conferenze audio o web e solo il 38% sa muoversi sul fronte delle conferenze video.

Le aziende si dimostrano più aperte: i tre quarti di quelle che non hanno ancora introdotto forme di lavoro flessibile si dichiarano favorevoli a farlo, e solo il 6% risulta contrario. Le ragioni della contrarietà sono il timore di possibili attriti tra i dipendenti che fruiscono di lavoro flessibile e quelli che non ne fruiscono, il timore che le persone non lavorino a pieno regime o che il lavoro non sia distribuito equamente, la mancanza di dispositivi tecnologici e la scarsa confidenza che i dipendenti hanno con la tecnologia.

Per contro, in linea con i risultati internazionali, le aziende che invece utilizzano il lavoro agile hanno riscontrato l’aumento della produttività (84%) e il miglioramento del morale dei dipendenti (75%).

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