Il lavoro agile è più produttivo: per diffonderlo le aziende devono insegnare ai manager come gestirlo
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Gli smart worker italiani sono in aumento e anche la legislazione si muove per inquadrare il loro operato. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano una grande azienda italiana su due (48%) sta adottando in maniera strutturata o informale procedure e tecnologie per supportare i dipendenti senza postazione fissa in ufficio che lavorano fuori dall’azienda anche solo per un giorno la settimana utilizzando strumenti per lavorare in remoto.

Con la crescente diffusione del lavoro agile diventano sempre più urgenti norme che lo regolino e i legislatori italiani sono sul pezzo. La legge di stabilità ora all'esame della Camera comprende infatti un disegno di legge di 9 articoli con norme su retribuzioni, orari, privacy e incentivi fiscali per i contratti di smart working.

Per diffondersi il lavoro agile richiede però anche un diverso approccio del management aziendale, che deve imparare a gestirlo. Un'indagine svolta da Regus in 105 paesi coinvolgendo 44mila manager evidenzia infatti 2 elementi: la necessità di nuovi parametri per valutare lo smart working e l'esigenza di formazione per affrontare i mutati processi organizzativi.

Per il 74% dei manager italiani (79% media globale) il criterio con cui misurare il rendimento di un lavoratore "agile" non è più quello del tempo dedicato alla propria mansione, ma quello degli obiettivi raggiunti. E il nuovo metro di valutazione premia il lavoratore non tradizionale: il 73% dei manager (76% a livello globale) riscontra una maggiore produttività da parte di chi lavora da remoto. Proprio perché i lavoratori agili garantiscono buone performance le aziende investono su di loro. Più della metà delle imprese italiane (61% media globale) ha infatti messo a budget l’acquisto e lo sviluppo di nuovi supporti tecnologici per semplificare il lavoro fuori ufficio.

I manager che hanno il compito di gestire anche i dipendenti smart sono chiamati a una rivoluzione organizzativa ma ricevono poco supporto dalle aziende tanto che, a livello globale, poco più di quattro imprese su dieci hanno investito in attività di formazione. Il principale fattore critico riscontrato dai manager è quello della comunicazione. Nonostante l’utilizzo di strumenti quali email, chat, sms e videoconferenze il flusso di informazioni con i collaboratori fuori sede risulta comunque meno veloce rispetto a quello con i collaboratori presenti sul luogo di lavoro.

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