I contenuti che le aziende notano di più quando controllano i profili social dei candidati: attenzione ai selfie
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Le tradizionali lettere di presentazione sono sempre meno rilevanti, così come i voti conseguiti all’università (soprattutto se lontani nel tempo): ciò che conta veramente per le aziende, quando selezionano il personale da inserire negli organici, sono la compatibilità del candidato con la cultura aziendale e l’esperienza di lavoro pregressa. E sebbene i principali “strumenti” di lavoro dei recruiter siano ancora il colloquio vis-à-vis e il curriculum vitae, le interviste video e l’assegnazione di compiti da svolgere per testare a fondo il candidato cominciano a prendere piede diffusamente.

A raccontare come cambiano i processi di selezione del personale è la più recente indagine di Jobvite: condotta su 1.400 professionisti delle risorse umane, rileva che le aziende, nello sforzo di assicurarsi i talenti migliori, cercano e selezionano candidati utilizzando molteplici canali e che i recruiter valutano attentamente tutte le informazioni sui potenziali futuri dipendenti.

I due principali canali attraverso cui gli intervistati hanno dichiarato di avere trovato i migliori candidati sono il passaparola, cioè segnalazioni di colleghi o terzi, e i social network: alle piattafome social ricorre addirittura il 92% dei recruiter per trovare i professionisti più adatti o per una più approfondita valutazione di quelli di cui hanno già visto il curriculum. Prevedibilmente, il social più consultato (dall’87% degli intervistati) è LinkedIn, seguito da Facebook (47%) e Twitter (47%).

Che cosa notano di più i selezionatori quando controllano i profili social dei candidati? Gli intervistati sono americani, ma le loro preferenze e avversioni possono essere un’utile spunto anche per gli italiani, tanto più se puntano a entrare in aziende multinazionali. Prima di tutto notano gli errori grammaticali e i refusi: tre quarti dei recruiter si fa un’impressione negativa del candidato se trova post con strafalcioni. Poi le attività di volontariato, che invece piacciono molto: che sia in ambito professionale, aziendale o sociale, l’impegno personale per il bene comune è apprezzato dal 75% dei reclutatori.

Attenzione invece ai selfie: ne ha una percezione negativa il 25% degli intervistati, che forse pensano a candidati troppo egoriferiti: la maggior parte è neutrale rispetto alle foto che i candidati postano di se stessi, ma l’indagine sottolinea che sono viste con simpatia solo dal 3% dei professionisti delle risorse umane. Infine, quasi inutile dirlo, alcol e droghe: foto del candidato che beve fanno una pessima impressione a metà dei recruiter, ma se le foto lo ritraggono mentre fuma marijuana o simili, l’agognato lavoro se lo può scordare.

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