Le aziende italiane vanno all’estero: i distretti nazionali devono diventare hub di relazioni per aiutarle a “stare nel mondo”
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Dei primi 15 gruppi industriali italiani per volume d’affari oggi sono soltanto in 2 a realizzare in Italia la maggior parte del loro fatturato. Per tutti gli altri il giro d’affari all’estero vale tra il 60% e l’80% del fatturato complessivo. Negli anni della crisi l’economia italiana ha sofferto a causa del crollo della domanda interna, della caduta degli investimenti produttivi e del peggioramento della finanza pubblica. E le multinazionali italiane hanno reagito rafforzando la loro presenza oltre confine.

Lo dice il Censis, che ha rilevato non solo l’aumento dell’export, ma anche il rafforzamento della presenza imprenditoriale e produttiva italiana fuori dai confini nazionali, tanto da definire il fenomeno “economia apolide”. Secondo il centro di studi sociali ed economici negli ultimi 7 anni le imprese italiane che esportano sono aumentate del 3,5% (sono oggi 212mila) per un fatturato che è cresciuto del 5,7% e che è oggi pari a 380 miliardi di euro.

La maggior parte delle aziende, però, incide molto limitatamente sull’export: il 63,9% (cioè 135mila imprese) vende all’estero per complessivi 2,3 miliardi di euro – poco meno di 17mila euro in media per ciascuna – pari allo 0,6% del valore totale delle esportazioni italiane. Per contro, le grandi aziende che vendono all’estero per un valore superiore a 50 milioni di euro annui sono solo lo 0,4% del totale (942 soggetti), ma totalizzano da sole quasi la metà dell’export italiano (circa 187 miliardi di euro). Inoltre più di 90mila imprese hanno come riferimento un solo paese di destinazione delle loro merci, e quelle che vendono i loro prodotti e servizi in più di 40 paesi sono solo 4.200.

Parallelamente alle esportazioni, il Censis ha rilevato si è rafforzata anche la presenza imprenditoriale italiana all’estero: oggi circa 22mila imprese estere sono controllate da società italiane e occupano 1,7 milioni di persone (rispetto al 2007 l’aumento è di circa 2mila imprese e 330mila persone). Mentre si riducono le multinazionali estere presenti in Italia, che in 5 anni sono passate da 14.401 a 13.328, e i loro dipendenti (da 1,24 milioni a 1,19 milioni), aumentano le multinazionali italiane all’estero (+8,9% dal 2007) e la forza lavoro impiegata (+23,4%). Ma soprattutto aumenta il loro fatturato, che passa da 389 miliardi di euro a 546 miliardi (+40,4%). Il paese dove sono penetrate maggiormente è la Romania (3.237 aziende e 117mila dipendenti), ma è negli Stati Uniti che operano le 2.066 aziende più grandi, con 225mila dipendenti e un fatturato che da solo vale il 18% delle multinazionali italiane nel mondo.

In questa “economia apolide”, si domanda il Censis, il territorio di insediamento originario conterà ancora? Sì, è la risposta, a condizione che sappia modificare il tipo di valore che trasferisce alle imprese rispondendo a domande differenti da quelle del passato. Oggi ai territori non si chiede più di essere solo accoglienti, ma di caratterizzarsi come “hub” che connettono con il mondo. Non più, quindi, solo istituzioni di prossimità, infrastrutture e servizi locali: i territori produttivi devono aprirsi all’esterno, creare le condizioni di insediamento di imprese innovative e sviluppare relazioni, aiutando le imprese presenti a “stare nel mondo”.

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