Le aziende cercano competenze digitali anche nei ruoli non tecnologici: nascono le “soft skills” digitali
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Si cercano profili professionali specializzati, certo, ma le competenze digitali sono necessarie anche a chi, in azienda, non si occupa di tecnologia: il processo è quello del ripensamento in chiave digitale delle tradizionali “soft skills”, cioè le capacità relazionali e comportamentali che che le aziende tengono sempre più in considerazione anche in fase di selezione dei candidati.

La trasformazione digitale sta investendo tutti i settori, anche quelli lontani dal mondo della tecnologia, e obbliga a ripensare velocemente modelli di business e processi aziendali. Per questo le aziende italiane sono alla ricerca di competenze che consentano di utilizzare il digitale per cogliere le nuove opportunità e migliorare produttività e qualità delle attività di business.

Lo scenario tratteggiato dall'Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano attraverso un’indagine sugli uffici risorse umane di aziende medio-grandi parla di un 47% dei direttori del personale che nel 2015 inserirà nuove professionalità e competenze per ripensare in logica digitale i processi di gestione e sviluppo delle risorse umane.

“Per la sua pervasività la trasformazione digitale non è più soltanto una questione tecnologica o di visione strategica, ma una sfida che coinvolge tutto il capitale umano e che impone di sviluppare in ogni area aziendale nuove competenze e professionalità” ha detto Mariano Corso, responsabile scientifico dell'Osservatorio.

Le aree aziendali più coinvolte sono il marketing, l’IT e la direzione risorse umane, ma anche gli uffici legali, quelli della qualità e sicurezza e gli uffici acquisti sentono questa necessità. Le figure professionali più introdotte nelle aziende nel 2015 sono l'eCRM & Profiling Manager, per migliorare l’efficacia della relazione con la clientela, il Digital Marketing Manager, che ha il compito di gestire e ottimizzare le interazioni digitali con consumatori e prospect attraverso i canali social, web e mobile, e il Chief Innovation Officer, che propone modelli innovativi per il business dell’impresa per sfruttare al meglio la rivoluzione digitale.

Per reperire questi profili, nella maggioranza dei casi si ricorre allo sviluppo interno, individuando le persone che, se formate, possono acquisire le conoscenze necessarie, oppure alla ricerca esterna. I profili più difficili da reperire sul mercato sono il Chief Digital Officer, che ha il compito di sovrintendere e coordinare le figure dei canali digitali, il Chief Innovation Officer e il Data Scientist, che deve leggere i trend socio-culturali, individuare, aggregare ed elaborare fonti di dati, interpretare le informazioni raccolte e darne una traduzione a livello di impatti di business.

Nei ruoli non tecnologici, invece, si cercano le digital soft skills: “Sono competenze trasversali lette alla luce dell’evoluzione digitale”, spiega Mariano Corso, “cioè le capacità di relazione e le attitudini di comportamento che consentono alle persone di utilizzare efficacemente i nuovi strumenti digitali”. Di questo ambito fa parte la cosiddetta “consapevolezza digitale”: nel 70% delle aziende le persone possiedono già una capacità medio-alta di preservare la confidenzialità dei dati e delle informazioni in base agli strumenti utilizzati, e nel 62% sono capaci di utilizzare in modo corretto e bilanciato gli strumenti digitali evitando problemi di salute o squilibri nella relazione lavoro-vita privata. L’ambito su cui invece le aziende sono più indietro è la comunicazione virtuale: il 65% ritiene che i propri dipendenti non possiedano capacità adeguate per comunicare e collaborare virtualmente utilizzando in modo efficace gli strumenti digitali.

Per sviluppare le digital soft skills dei propri dipendenti le aziende utilizzano prevalentemente corsi di formazione (nel 67% dei casi), ma anche attività di comunicazione e sensibilizzazione, come iniziative sull’intranet, corner point in azienda, campagne di comunicazione o seminari con esperti. Circa un'impresa su cinque ha iniziato a valutare le digital soft skills anche in sede di selezione dei candidati.

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