Lavoro e cervelli: Italia poco attrattiva, i migliori talenti vanno in Svizzera
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L’Italia è al 36° posto nel mondo per capacità di attrarre, coltivare e trattenere i “talenti”, cioè quella forza lavoro particolarmente dotata e competente che gioca un ruolo cruciale nel determinare la competitività e la forza innovativa di un paese. Dal Global Talent Competitiveness Index, presentato in apertura del World Economic Forum in corso in questi giorni a Davos, emerge un’Italia povera di opportunità e di visione futura, fanalino di coda in un’Europa che invece è molto meglio attrezzata per “coltivare” i propri cervelli e importare quelli altrui.

Il report, prodotto da Insead, la prestigiosa scuola di business francese, con Adecco e lo Human Capital Institute di Singapore, analizza 103 paesi sulla base di 50 indicatori in 4 ambiti: il contesto legislativo e di mercato, che può più o meno facilitare l’arrivo e lo sviluppo di talenti; la capacità di attrarli, rimuovendo le barriere sociali ed economiche che impediscono ai talenti nazionali di emergere e favorendo l’immigrazione di talenti esterni; la capacità di coltivarli, attraverso l’accesso a un’istruzione superiore di qualità ma anche all’apprendistato e alla formazione sul lavoro; la capacità di trattenerli, offrendo loro opportunità di lavoro e di retribuzione adeguate.

I paesi più competitivi sul fronte della gestione dei talenti sono Svizzera, Singapore e Lussemburgo, seguiti da Stati Uniti e Canada. La parte alta della classifica è dominata dall’Europa, che vi vanta 14 posizioni su 20: nella top ten entrano anche Svezia, Regno Unito, Danimarca, Australia e Irlanda.

L’Italia si posiziona dopo il Qatar, il Cile, l’Arabia Saudita, la Slovacchia, il Portogallo: i voti sono particolarmente bassi per quanto riguarda lo scenario legislativo e le relazioni fra governo e imprese; siamo all’84° posto nel mondo per apertura verso l’esterno e al 60° per il rapporto fra la retribuzione degli uomini e quella delle donne, al 30° per tolleranza verso le minoranze e gli immigrati, all’87° per la formazione del personale, al 92° per impatto della tassazione. In altri ambiti la performance è migliore: per esempio, siamo al 23° posto per qualità delle università e al 14° per competenze professionali, al 9° per attività imprenditoriale nello sviluppo di nuovi prodotti e al 7° per export di prodotti complessi.

I primi 20 paesi del ranking, nota il report, sono tutti ad alto reddito: prevedibilmente, infatti, i paesi ricchi tendono ad avere università migliori, un’elevata qualità della vita e la possibilità di offrire alte remunerazioni, tutti fattori che concorrono a renderli attrattivi per i talenti. Tuttavia, al di là della immediata correlazione fra ricchezza e capacità di attrarre talenti, ci sono anche altri fattori che secondo il Global Talent Competitiveness Index influiscono sulla capacità di assicurarsi forza lavoro in grado di sostenere la crescita e lo sviluppo economico.

L’apertura al commercio, agli investimenti, all’immigrazione e alle nuove idee, per esempio; la stabilità fiscale; la capacità di coltivare i talenti internamente (come fanno gli Stati Uniti) o esternamente (come fa la Cina, inviando i propri cervelli a studiare all’estero e importando talenti stranieri); un sistema scolastico adatto e adeguato alle reali esigenze dell’economia nazionale; forme di insegnamento nuove e innovative; l'educazione alla tecnologia.

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