Alfredo Accatino: “Architromboni, chiedete a chi lavora prima di progettare centri congressi”
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Alfredo Accatino

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, il contributo di Alfredo Accatino, direttore creativo di Filmmaster Events, sulla progettazione dei centri congressi e degli spazi per eventi in Italia. Il testo era stato da lui stesso anticipato nel suo keynote speech di metà novembre a BTC, la fiera degli eventi che si è svolta a Firenze (vedi qui e sotto l’articolo sullo speech).

Dico a voi. Se doveste tracciare una strada, la fareste come vi gira, o vi chiedereste quali realtà congiunge, che funzione strategica assolve, quale evoluzione avranno nel tempo strade e mezzi? Dite la verità. Ascoltereste cittadini, municipalità, industrie, esperti… Oppure fareste un po’ come vi pare, seguendo il vostro estro e le indicazioni di un Manuale Hoepli del ’54, affidando la finalizzazione dei dettagli ai vostri collaboratori?

Ebbene, questo è ciò che fanno, da mezzo secolo, le nostre più acclamate archistar quando vengono chiamate a sviluppare luoghi deputati allo spettacolo, alla cultura, ai servizi congressuali. E io sono arcistufo delle loro arcicantonate. Non sono un arcistronzo: sono uno che da anni realizza eventi, anche importanti. Un poveretto che viene ospitato dalle strutture disegnate da ArchiVip per produrre concerti, show, corporate events, dirette televisive. E sono uno, lo dico chiaramente, che li maledice ogni volta che deve, purtroppo, realizzare uno di questi eventi nelle loro meravigliose, zoppicanti, autoreferenziali, anacronistiche “creaturine”.

Per carità, rispetto e ammiro Renzo Piano per tutto ciò che ha fatto nel tempo. Considero Massimiliano Fuksas un progettista di sicura esperienza, quando non spara cazzate, e Paolo Portoghesi un mito anni ‘80. Ma non dire quello che tutti i professionisti del settore pensano è come rivivere la favola delle Mutande dell’Imperatore: le loro opere, per la loro funzionalità, almeno in questo settore, sono un totale disastro.

Basterebbe avere l’umiltà di chiedere, almeno una volta, a chi dovrebbe operare in quegli spazi. Ma, evidentemente, l’umiltà non è un sentimento che alberga nell’architettura italiana contemporanea. Che pone le strutture al servizio dei progettisti (e del loro ego) e non il contrario.

Qualche esempio? Facile.

Mentre all’estero puoi accedere sul palco di qualunque auditorium con un tir e appendere al di sopra della scena una decina di elefanti, al Parco della Musica di Roma progettato da Renzo Piano le porte di accesso sono così basse che i mezzi necessari per portare materiali e scenografie non possono passare: un classico nelle sue realizzazioni. I camerini, poi, così distanti e ricoperti da cemento che la radio non può raggiungerli, di fatto sono del tutto inutili per un loro utilizzo in tempo reale.

Nella Sala Sinopoli, il backstage (cioè il retropalco) è grande quanto il mio salotto. E avrei voluto farvi vedere quando, a un Gala Unicef, ho dovuto ospitare Roberto Bolle in riscaldamento e il Coro dell’Antoniano che gorgheggiava in contemporanea.

Ma vado avanti.

L’ascensore per i disabili è nascosto, quasi fosse una vergogna, e vedi vecchiette arrancare su chilometri di scale per raggiungere la platea. Così, quando raggiungono la sala rimangono senza fiato, ma non per la bellezza.

Il problema poi, scusate se divento tecnico, è che tutte le scenografie devono essere “autoreggenti”, come le calze. Perché evidentemente Renzo Piano considera volgare prevedere punti di appendimento al di sopra al palco, o una di quelle strutture dette “americane”, che permettono di sorreggere schermi, scenografie, azioni aree, performer o di poter creare particolari effetti di luce.

Piano, dice “… Ma cosa volete tutti da me? Questo è un Auditorium per la musica!” Peccato che non abbia voluto capire che oggi musica vuol dire integrazione con immagini, arte performativa, scenotecnica, danza, schermi. La musica ha imboccato da anni muovi strade e non si può concepire uno spazio pensato per minuetti e concerti di 100 anni fa. Fingendo di ignorare che sono proprio questi gli eventi che portano alle istituzioni che li gestiscono i fondi necessari alla loro stessa sopravvivenza.

Così l’Auditorium Paganini, a Parma, non solo non possiede tutti i vezzi renzopianeschi già citati, ma addirittura non si può oscurare, a causa della bella e suggestiva vetrata che si staglia alle spalle del palco, che impedisce di usare proiezioni durante il giorno, limitandone l’uso. E che d’estate crea uno straordinario effetto “controluce” che Manet avrebbe adorato.

Del resto quando costruì il Vulcano Buono a Nola, come mi raccontarono gli allora dirigenti, Piano si dimenticò di progettare la rampa che dal garage sarebbe dovuta arrivare alla piazza centrale (per non deturparla), immaginando che i negozi del centro commerciale – per il quale l’edificio era stato costruito – portassero con carrellini le merci sino alla propria bottega.

Peggio-me-sento con Super Fuksas, che si sta specializzando in strutture che non firma, che ripudia, pur percependo naturalmente stratosferiche parcelle professionali (19 milioni e 900mila euro e spicci per la “Nuvola”, in costruzione da 16 anni).

Vedi l’Auditorium Stella Polare di Fiera Milano. L’ha voluto fare sopraelevato, che fa tanto figo, da 1.000 posti. Un numero di sedute totalmente inutile per accogliere grandi eventi italiani e stranieri, che di fatto, se ne vanno tutti in Spagna (Barcellona, Siviglia, Madrid, Valencia, Palma, olè).

Bello, eh… peccato che il palco sia grande quanto un campo di bocce e che non ci siano backstage e camerini. Così è impossibile ospitare scenografie di rilievo, l’accesso di auto o oggetti scenici. Cosa, per esempio, che esclude la location da tutti gli eventi automobilistici.

Il massimo del minimo lo ha però raggiunto il maestro Portoghesi nel 2012 nel ripensare e ridisegnare Piazza San Silvestro a Roma. Da allora denominata affettuosamente dai romani Piazza Sahara per i 63 gradi che raggiungono le sue panchine in estate, totalmente prive di ombreggiatura e costruite con un travertino particolare, penso in uso ai forni per le pizze.

L’unica piazza di ampia metratura di Roma, unica alternativa nel centro storico a Piazza del Popolo, trasformatasi, grazie al suo intervento, in uno spazio inospitale e inutilizzabile. Nessun albero a creare un microclima vivibile. Dovunque panchine chilometriche e vasi con piantine striminzite, così da non poter accogliere nessun evento all’aperto, nessun momento live di aggregazione perché non c’è neanche spazio per montare un palco.

Così il compito di accogliere i romani per feste, incontri politici e celebrazioni, continua a essere assolto dalla ben più delicata e preziosa Piazza del Popolo del Valadier, mentre la meno nobile San Silvestro appare vuota di giorno. Per trasformarsi ai primi bui in hotel di charme per barboni.

Un atteggiamento spocchioso, da architetto col paraocchi, che va contro la storia, e contro la tendenza di tutte le città europee, che stanno cercando di creare sempre più spazi di aggregazione e di condivisione.

Ora altri incubi incombono su di noi.

Il grattacielo di Torino, progettato da Piano, che ospiterà al suo interno un Auditorium da 360 posti (ohibò), che temiamo, come sempre, potrebbe non essere adeguato alle sue potenzialità. Ma sul quale continueremo a sperare…

E la Nuvola di Fuksas a Roma: un bellissimo concetto – se lo vedi su una rivista – che sarebbe perfetto in una città già provvista di un grande centro congressi – cosa che la capitale non possiede – che invece finirà per essere del tutto inutile per Roma Capitale qualora si volesse ospitare un evento importante. Per tutti i motivi detti prima (ormai i progetti si fanno con lo stampino) e per le voci inquietanti che girano tra gli addetti ai lavori: “non lo puoi oscurare ed è impossibile farci un evento”, “si è dimenticato persino di prevedere le cucine”, “1.850 posti? Ne serviva uno da 3.000!”, “non riusciremo mai a montarci una scenografia”.

Tranquilli, gli dico io, non vi preoccupate… Non è grave.
In fondo non è importante organizzare eventi in Italia, strappandoli alla agguerrita concorrenza francese e spagnola.

Roma e l’Italia non ospiteranno mai eventi di rilievo.
Non ce lo meritiamo.

Alfredo Accatino

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