Lo spreco di cibo negli eventi si può ridurre: ecco come e con quali incentivi fiscali
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Recuperare il cibo non consumato durante gli eventi si può: le normative non solo non lo vietano, ma anzi incentivano a farlo con vantaggi fiscali. La convinzione diffusa che la legge vieti di donare il cibo in eccesso per ragioni igienico-sanitarie è infondata; invece, la corretta informazione su come raccogliere e ridistribuire le eccedenze alimentari può contribuire a rafforzare il meccanismo virtuoso messo in moto da chi (alberghi, società di catering e agenzie di organizzazione eventi) ha già scelto di destinare il cibo che rimane dopo un buffet, una cena di gala o un business lunch a coloro che non possono permettersi di acquistarlo.

Il grande tema dello spreco del cibo – in generale nella nostra società ma in particolare nell’ambito degli eventi, dove regna l’abbondanza alimentare – è stato al centro del convegno che Federcongressi&eventi Lombardia ha organizzato ieri a Milano per informare e sensibilizzare la propria community a un impegno sociale che richiede pochissimo sforzo e fa invece un’enorme differenza.

I numeri dello spreco e quelli del bisogno
Lo scenario è stato introdotto da Giuliana Malaguti, responsabile approvvigionamento di quel Banco Alimentare che da 25 anni raccoglie da ristoranti, mense aziendali, grande distribuzione e aziende agroalimentari il cibo – ancora ottimo – ormai privo di valore commerciale e destinato alla distruzione, distribuendolo a 9mila strutture che in Italia assistono 1,9 milioni di persone bisognose di aiuti alimentari. “In Italia i ‘nuovi poveri’ sono gli anziani soli, le famiglie numerose monoreddito, le persone che perdono il lavoro, padri e madri separati, gli extracomunitari” ha detto Giuliana Malaguti. “Mentre il 5% delle famiglie italiane, cioè 4 milioni di persone, di cui 400mila bambini sotto i 5 anni, non è in grado di assicurarsi un’alimentazione adeguata, nel nostro paese l’eccedenza di cibo raggiunge i 6 milioni di tonnellate l’anno, pari al 17% del consumo complessivo”. E la FAO, ha aggiunto, ha stimato che gli sprechi alimentari nel mondo siano di 1,3 miliardi di tonnellate l’anno, cioè un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano.

La legge del buon samaritano
L’eccedenza alimentare nella ristorazione ha 3 cause principali, ha spiegato Giuliana Malaguti: l’errata pianificazione del numero di pasti, l’errata preparazione delle pietanze e l’abbondanza che, in particolare, caratterizza il mondo degli eventi, delle cerimonie e delle celebrazioni di ricorrenze. “L’abbondanza in sé è un valore positivo” ha sottolineato la Malaguti. “L’importante è che sfoci in recupero e non in spreco”. Banco Alimentare è presente in 12 regioni con il programma Siticibo che raccoglie le eccedenze alimentari nel canale della ristorazione organizzata – mense aziendali, refettori scolastici, ristoranti, alberghi, società di catering – in termini sia di alimentari freschi che di pietanze cucinate. A normare la raccolta è la legge 155 del 2003, conosciuta come “legge del buon smaritano” che equipara le onlus che effettuano la distribuzione gratuita agli indigenti di prodotti alimentari ai consumatori finali per ciò che riguarda il corretto stato di conservazione, trasporto, deposito e utilizzo degli alimenti. In pratica, significa che le onlus possono consegnare il cibo recuperato senza sottostare a ulteriori controlli.

Chi raccoglie il cibo in eccesso degli eventi
A occuparsi specificatamente del recupero del cibo non consumato durante gli eventi è l’organizzazione Equoevento, nata qualche mese fa a Roma dalla passione di 4 giovani che lavorano a stretto contatto con il Banco Alimentare. “In 6 mesi di attività abbiamo raccolto il cibo in eccesso di 80 eventi, distribuendo 6mila pasti a 300 strutture caritatevoli di Roma” ha raccontato Francesco Colicci, co-fondatore della onlus. Equoevento ha cominciato la propria attività con pochi volontari, scoprendo che, una volta informati correttamente, i principali attori (alberghi, società di catering, agenzie) aderiscono entusiasticamente all’iniziativa, tanto che a gennaio la onlus aprirà una sede anche a Milano. “All’inizio alberghi e società di catering sono diffidenti” ha detto Giulia Proietti, presidente di Equoevento. “Affermano di non sprecare niente, di non volere fare entrare estranei nelle loro cucine, di non avere le risorse da dedicare alla preparazione del cibo per il trasporto. Poi però, quando è tutto chiaro, aderiscono”. Naturalmente, dove Equoevento non è presente ci si può rivolgere al Banco Alimentare.

Cosa comporta il recupero dell’eccedenza alimentare
La procedura è semplice e veloce: chi dona l’eccedenza cucinata deve solo dotarsi di vaschette di alluminio dove raccogliere le pietanze non consumate e di un abbattitore di temperatura, cioè un frigorifero molto potente che porta in breve tempo la temperatura del cibo fra gli 0 e i 4°C. Le vasche di alluminio vanno etichettate e conservate al freddo fino al momento del ritiro. Se la struttura che dona l’eccedenza non ha l’abbattitore di temperatura, Equoevento può comunque raccoglierla e consegnarla a un ente che ne garantisce la consumazione entro un’ora. “Quando il cibo arriva alle strutture di assistenza è una festa” ha detto Colicci. “Le persone ci aspettano e ricevono con gioia ciò che è stato preparato magari da grandi chef, come nel caso del Rome Cavalieri, che lavora con noi come parte delle proprie attività di CSR”.

La motivazione personale e gli incentivi fiscali
E in effetti, molte delle strutture che collaborano con Equevento mandano i dipendenti delle cucine a fare qualche consegna con il personale della onlus: “Quando vedono dove e a chi va il cibo, sono immediatamente motivati a fare quel piccolo sforzo in più per prepararlo per il trasporto”. Per chi dona il cibo non ci sono costi, ha sottolineato Giulia Proietti, anche se gli alberghi e i catering con cui lavorano più spesso fanno donazioni a Equoevento per coprire i costi dei veicoli per il trasporto. “Inoltre la normativa prevede incentivi fiscali per chi dona l’eccedenza” conclude Colicci. “La legge del 2005 conosciuta come ‘Più dai, meno versi’ consente di dedurre dall’imponibile, fino a un massimo del 10% di quest’ultimo, il valore del cibo donato, calcolato secondo il prezzo di vendita di listino”.

Le case history di successo
Due le case history presentate durante il convegno: quella dell’Hotel Principe di Savoia di Milano e quella di Lago Maggiore Green Meetings. Il Principe di Savoia collabora da 10 anni al programma Siticibo, raccogliendo dalla mensa aziendale, dal ristorante e dal banqueting i prodotti da forno non consumati: “Abbiamo 500 dipendenti e 11 sale meeting”, ha detto il direttore della comunicazione Alessandra Baldeschi, “e per raccogliere correttamente le eccedenze informiamo dipendenti e clienti su come non sprecare panini e brioche, servendoli a mano a mano e non mettendosi nel piatto ciò che non si consuma”. Molti organizzatori di eventi, soprattutto stranieri, si informano sulle policy di CSR degli alberghi, e scelgono la struttura anche in base a questo criterio, ha affermato la Baldeschi. Il secondo caso è quello del consorzio Lago Maggiore Green Meetings, che ha coinvolto 3 dei propri alberghi affiliati (il Grand Hotel Dino di Baveno, l’Hotel Regina Palace e il Grand Hotel Des Illes Borromes di Stresa) in 13 giorni di sperimentazione della raccolta di prodotti da forno e colazione, consegnati alla Casa di Nazareth di Gignese che si occupa gratuitamente di accoglienza di adolescenti e giovani. “I risultati sono stati molto positivi” ha detto Roberta Costi della Camera di Commercio di Verbano Cusio Ossola. “Una delle strutture sta proseguendo nell’attività, e poi abbiamo creato consapevolezza, nel territorio e fra gli operatori, sul tema del cibo, facendo rete con altre organizzazioni locali che si occupano di questi temi e generando un contesto territoriale più votato alla sostenibilità, anche negli eventi”.

Margherita Franchetti

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