L'Agenda Digitale italiana è in ritardo, cresce il divario competitivo con l'Europa: lo spread digitale è di 25 miliardi l'anno
A
Nonostante il tema dell’Agenda Digitale sia sempre più spesso al centro di dibattiti e campagne di comunicazione, l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa in tema di digitalizzazione.

Lo scenario è emerso durante il convegno Agenda Digitale: insieme per una governance informata e partecipata, in occasione del quale è stata presentata l’edizione 2014 dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.

Secondo lo ricerca, da 2 anni a questa parte il Governo italiano ha accolto solo 18 dei 53 provvedimenti attuativi, tra regolamenti e regole tecniche, per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale. Non solo: alcuni di quelli adottati hanno accumulato anche più di 600 giorni di ritardo rispetto ai tempi previsti.

I danni causati dalla lentezza legislativa e burocratica emergono dalla Digital Agenda Scoreboard, lo strumento che misura lo stato di digitalizzazione dei paesi europei sulla base di 100 parametri in diverse macro-aree, fra cui l'utilizzo di internet, l'e-commerce e l'e-government. Confrontando per esempio l’Italia con la Svezia, il paese più digitalizzato, lo sviluppo dell’e-commerce e di internet segna nel nostro paese un -19% e quello dell’e-government -17%.

Il risultato del gap sul fronte della digitalizzazione si riflette negativamente sulla competitività italiana. I paesi con le migliori performance nella Digital Agenda Scoreboard, infatti, sono anche i primi in Doing Business, la classifica della Banca Mondiale che misura la capacità di fare impresa di 189 stati.

Il ranking 2014 vede al vertice Singapore, seguito da Nuova Zelanda e Hong Kong. L’Italia deve invece accontentarsi del 56° posto, perdendo 10 posizioni rispetto all'edizione precedente e vedendosi superata da Armenia, Polonia e Ungheria.

Che la mancanza di investimenti in digitalizzazione sia un ostacolo allo sviluppo economico trova poi un’ulteriore conferma. Uno studio realizzato con Confindustria Digitale dimostra infatti come la crisi di produttività italiana dal 1994 al 2012 sia dovuta anche alla riduzione degli investimenti nel settore dell’information & communication technology.

Dal 1994 al 2012 il Pil italiano ha perso 15 punti percentuali rispetto a Francia e Germania, 25 rispetto al Regno Unito e 30 rispetto agli Stati Uniti. Su questo risultato ha pesantemente influito una riduzione degli investimenti in ICT, passati da un valore sostanzialmente confrontabile alla quota sostenuta da Svizzera e Germania agli inizi degli anni ’90, fino a uno dei peggiori posizionamenti relativi di tutta Europa (11,1% nel 2013). Inoltre l'Italia ha dimostrato una minore capacità di estrarre valore dalle tecnologie digitali, dovuta alla mancanza di investimenti complementari in organizzazione, processi, competenze e innovazione che hanno progressivamente creato un vero e proprio spread digitale con gli altri paesi europei.

Lo spread digitale tra la nostra e le altre economie europee ha raggiunto i 25 miliardi di euro l’anno" ha detto il presidente di Confindustria Digitale Elio Catania. "Si tratta di mancati investimenti in innovazione che ancorano l’economia italiana ad assetti e processi obsoleti. Non credo che oggi esista altra possibilità per tornare a crescere se non quella di riprendere a investire in ICT, puntando sulla trasformazione digitale del paese".

L'Osservatorio Agenda Digitale stima che l'Italia avrà la disponibilità di 1,7 miliardi l'anno, per i prossimi 7 anni, di risorse europee da investire nell'attuazione dell'Sgenda Digitale. La sfida per recuperare terreno è quindi complessa ma non impossibile, purché si adottino nuove modalità di azione, afferma il responsabile scientifico dell'Osservatorio Alessandro Perego: “È necessario rilanciare il percorso di digitalizzazione dell'Italia e per questo serve una governance informata e partecipata. Le conoscenze, infatti, sono scarse e spesso non condivise, mentre la partecipazione attiva dei decisori, degli esperti e degli stakeholder è complicata dalla frammentazione delle responsabilità e dalla distribuzione di autorità".

"Proponiamo di creare un Forum sull’Agenda Digitale", dice Perego, "un luogo inclusivo, duraturo, indipendente, apartitico, riconosciuto dalle istituzioni e dal mondo politico in cui sia possibile diffondere conoscenza e permettere la partecipazione dei diversi soggetti”. L'Osservatorio ha individuato una serie di percorsi di attuazione dell'Agenda Digitale in 5 ambiti prioritari scelti in collaborazione con il Ministero per la Semplificazione e per la PA: fatturazione elettronica, identità digitale, pagamenti elettronici, sanità digitale e giustizia digitale.

“I ritardi nella produzione normativa nazionale impediscono di raggiungere gli obiettivi prefissati e generano confusione negli operatori della pubblica amministrazione, disincentivano agli investimenti privati nel settore e producono inefficienze per tutto il sistema” conclude Perego. “È possibile porre rimedio all’attuale situazione di stallo in primo luogo ricorrendo a un monitoraggio permanente dell’impatto delle misure legislative e dei relativi decreti attuativi, in modo da poter predisporre tempestivamente gli opportuni interventi correttivi”.

Commenta su Facebook

Altro su...

Aziende

Web e digital