Lo smart working si sta affermando, ma in Italia sono pronti solo il 20% dei dipendenti e l'8% delle aziende
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Il lavoro diventa smart e segue un approccio nuovo: flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di un aumento di responsabilità nel raggiungimento dei risultati.

Il trend dello smart working, diffuso soprattutto all’estero, in Italia è ancora in fase di rodaggio. Se il 67% delle imprese italiane ha già attivato qualche iniziativa in questo senso, il cosiddetto lavoro agile è pienamente adottato solo dall’8% delle aziende, soprattutto da quelle di grandi dimensioni che operano nei settori dell’alimentazione, delle telecomunicazioni e dell'information technology.

Utilizzo di tecnologie digitali, elaborazione di policy specifiche e implementazione di nuovi comportamenti organizzativi sono le azioni messe in atto dalle imprese apripista per permettere ai dipendenti di lavorare anche fuori dall’ufficio, gestendo in maniera autonoma i propri tempi.

Il quadro emerge dalla ricerca dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, svolta coinvolgendo 230 executive di 211 aziende italiane di dimensioni medio-grandi. Per sviluppare lo smart working le aziende non possono però fare tutto da sole, sottolinea Mariano Corso, responsabile scientifico dell'Osservatorio Smart Working: “Alle iniziative delle aziende si devono accompagnare interventi sulle infrastrutture, come la banda larga e il wi-fi nei luoghi pubblici, insieme a misure di semplificazione delle forme contrattuali che agevolano e promuovono tali forme di flessibilità”.

Da parte loro, le aziende che investono nello smart working si stanno attivando su più fronti. La maggioranza degli interventi riguarda l’introduzione di nuove tecnologie digitali: le più diffuse, adottate dal 70% delle aziende, sono quelle VoIP, cioè per i collegamenti voce via internet, le web conference e la messaggistica istantanea. Seguono le applicazioni business per dispositivi mobili, diffuse nel 51% delle aziende, e le piattaforme social, utilizzate da un quarto delle aziende. Cresce l’interesse per il cloud computing, che garantisce l’accessibilità di dati e applicazioni da qualunque luogo e con qualsiasi dispositivo (il 91% delle aziende ha infatti introdotto gli smartphone e il 66% i tablet per i dipendenti).

Sul fronte delle policy organizzative, determinanti per permettere lo smart working, quanto fatto non è ancora sufficiente. Metà delle imprese ha introdotto la flessibilità degli orari, ma la flessibilità sul luogo di lavoro è molto meno diffusa: il 45% delle applica la mobilità tra le diverse sedi e il 37% il telelavoro, mentre la piena flessibilità nel definire autonomamente sia il luogo sia l’orario di lavoro riguarda oggi solo l'8% delle aziende.

L'adozione dello smart working implica un cambiamento forte anche a livello di leadership, che deve ispirarsi a 4 principi base: il senso della community, cioè un modo di relazionarsi più aperto e collaborativo di quello tradizionale; l'empowerment, cioè un processo di progressiva delega e responsabilizzazione dei collaboratori; la flessibilità, per adattare le modalità di lavoro in funzione delle esigenze dell’individuo e dell’organizzazione; e il virtuale, che consente di scegliere dove e quando lavorare grazie alle tecnologie di comunicazione.

Ma a fronte degli sforzi delle aziende, chi lavora è pronto per diventare uno smart worker? Analizzando le modalità di lavoro degli impiegati, quadri o dirigenti di aziende di medio-grandi dimensioni (indagine realizzata in collaborazione con Doxa su 1.000 dipendenti) sembra di no. Attività non prevedibili e pianificabili, scarso coinvolgimento dei dipendenti nelle decisioni del capo e limitata autonomia nella definizione degli orari di lavoro fanno sì che solo il 20% dei dipendenti sia pronto ad abbracciare lo smart working.

Diverso è, invece, l’approccio al lavoro flessibile. Il 57% degli intervistati dichiara che potrebbe lavorare almeno un giorno a settimana da casa e che circa il 35% del proprio lavoro potrebbe essere svolto fuori dall’ufficio. Una previsione che si avvicina molto alla realtà attuale, visto che il 51% degli intervistati lavora già in mobilità all’esterno della propria sede per almeno parte dell'orario di lavoro e il 27% lavora da casa.

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