Il lavoro nell’era dei social: chi cercano le aziende italiane su LinkedIn e Facebook e quanto conta la web reputation
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Si chiama “social recruiting” ed è la selezione del personale in versione 2.0, dove ai tradizionali curriculum si affiancano (o si sostituiscono), i profili social dei candidati e la valutazione della loro reputazione online. Il fenomeno è globale, e l’Italia non è rimasta indietro: oggi, il 67% di chi cerca lavoro e il 45% di chi cerca personale lo fa utilizzando anche i social network.

Il monitoraggio di come stanno cambiando i processi aziendali di reclutamento delle risorse umane è stato fatto da Adecco, che ha appena pubblicato la ricerca Il lavoro ai tempi del social recruiting, condotta in 24 paesi del mondo con dati disponibili a livello globale e disaggregati per ogni singolo mercato. In Italia Adecco ha intervistato 7.600 candidati e 270 selezionatori, individuando le modalità di offerta e quelle di domanda che passano attraverso i canali social.

La prima osservazione è quella sulle piattaforme social più utilizzate: nonostante i selezionatori ricorrano a LinkedIn, il social professionale per eccellenza, nel 59% dei casi e a Facebook soltanto nel 19%, chi cerca lavoro si focalizza invece un po’ meno su LinkedIn (41%) e un po’ di più su Facebook (23%). Le aziende che usano i social sono soprattutto quelle grandi, con più di 250 dipendenti, che vi ricorrono per il 48% delle attività di selezione; le imprese con meno di 10 dipendenti lo fanno in misura minore, per il 32% delle attività.

Contrariamente a quanto succedeva agli inizi del fenomeno del social recruiting, oggi sui social le aziende non cercano più soltanto candidati ad alta qualificazione, ma soprattutto impiegati (78%) e quadri intermedi (47%); quadri e dirigenti sono ricercati nella misura, rispettivamente, del 35% e del 26%. Le aziende puntano a selezionare attraverso questa modialità figure che operino nell’ambito delle vendite, dell’amministrazione (inclusi finanza e controllo), e del marketing. In seconda battuta, con percentuali di poco inferiori, si guarda a candidati per posizioni nell’IT, nella ricerca e sviluppo, nella comunicazione, nella produzione e negli acquisti. Risorse umane, gestione qualità e logistica sono invece i terreni meno battuti attraverso i social network.

Dal lato offerta, la maggior parte (56%) di chi cerca o vuole cambiare lavoro ha dichiarato di avere diffuso il proprio curriculum attraverso i social network e il 7% ha trovato un impego. I candidati si dedicano ai social soprattutto per ricercare annunci, diffondere il curriculum e inviare candidature, ma anche per controllare le pagine dei potenziali datori di lavoro e l’opinione che ne hanno gli altri utenti, per costruirsi una rete di contatti social e per curare il proprio personal branding. Interessante notare, dice Adecco, l’importanza che le relazioni online ricoprono nella selezione e nella ricerca di lavoro: chi ha una rete più estesa non solo ottiene risultati migliori in termini di contatti con i selezionatori e ha maggiori possibilità di assunzione, ma ha anche maggiore successo rispetto a chi una buona rete offline.

Infine i temi del personal branding e della reputazione online, che si confermano essere essere la vera novità nel reclutamento delle risorse umane: nei profili dei potenziali candidati i selezionatori controllano in primis le precedenti esperienze di lavoro e i riconoscimenti professionali ottenuti (la cui descrizione è invece generalmente trascurata), ma si spingono anche a verificare i contenuti dei profili, le foto postate, le opinioni espresse per farsi un’idea della personalità del candidato che potrebbe o meno essere convocato per un colloquio. E attenzione: il 25,5% dei selezionatori italiani ha dichiarato di avere escluso qualcuno dal processo di selezione proprio a causa di foto, commenti o post che aveva pubblicato sul proprio profilo.

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