I paesi più felici del mondo: perché l'Italia arretra nella classifica che misura progresso e sviluppo
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I paesi più felici del mondo

I paesi meno felici del mondo

Intesa non come l’emozione più o meno transitoria cui (quasi) tutti, prima o poi, sono esposti, bensì come il grado di benessere generale e di soddisfazione delle persone per la propria vita, la felicità è considerata dalle Nazioni Unite una componente cruciale di come il mondo misura il proprio sviluppo economico e sociale, un indicatore del progresso di un paese nonché un parametro della sua attrattiva.

I governi “avanzati”, dice l’Onu, utilizzano in maniera crescente i dati sulla felicità per disegnare le proprie politiche, consapevoli che le loro azioni devono essere guidate dall’obiettivo di perseguire il benessere dei propri cittadini. Per offrire analisi e valutazioni le Nazioni Unite pubblicano quindi, attraverso il proprio Sustainable Development Solutions Network (SDSN), il World Happiness Report, che propone il ranking dei paesi del mondo per livello di felicità e presenta le linee guida con cui i governi del mondo dovrebbero affrontare il tema per promuovere il perseguimento della felicità nei propri paesi.

Secondo il World Happiness Report 2015, che ha analizzato la percezione dei cittadini di 158 paesi su una scala da 0 a 10 (dove 0 è la peggiore vita possibile e 10 la migliore possibile), il livello medio di felicità nel mondo varia dai 7,5 ai 2,8 punti: fra i 10 paesi più felici e i 10 meno felici c’è una differenza media di 4 punti (nella cartina sopra, il verde scuro rappresenta il grado più alto e il rosso il grado più basso).

La percezione di benessere e soddisfazione per la propria vita è data da 6 fattori principali: il reddito effettivo pro capite, l’aspettativa di una vita in salute, l’avere persone su cui contare, la libertà di fare le proprie scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità dell'ambiente che ci circonda. Gli effetti oggettivi della felicità e del benessere, evidenzia il report, sono tangibili: le persone che hanno una vita soddisfacente e vivono in comunità “felici” sono anche più sane, più produttive, più socialmente connesse. Gli effetti positivi si riversano non solo sull'ambiente familiare, ma anche su quello di lavoro; non solo sul tessuto sociale, ma anche su quello economico, a vantaggio dell’intero paese.

Se, stando al detto popolare, la ricchezza non dà la felicità, è però vero che ne è una componente essenziale: i primi 10 paesi nel ranking, rimasti sostanzialmente immutati rispetto alla precedente indagine del 2013, sono infatti paesi ricchi, ordinati, dove il benessere economico si salda a una solida democrazia, a governi stabili e a un forte consenso sociale verso le regole comuni. Il primato della felicità va quest’anno alla Svizzera, seguita da Islanda, Danimarca e Norvegia. Poco sotto, con punteggi solo lievemente inferiori, ci sono Canada, Finlandia, Olanda, Svezia, Nuova Zelanda e Australia.

Che la ricchezza non sia però l’unico parametro da valutare lo conferma la posizione dell’Italia, che scivola al 50° posto (nel 2013 era al 45°) preceduta da paesi molto meno ricchi – per sempio Venezuela, Repubblica Ceca, Guatemala, Uzbekistan – ma dove evidentemente la percezione della felicità è influenzata da fattori sociali. L’Italia, dice il World Happiness Report, è uno dei 5 paesi del mondo, insieme a Grecia (102°) ed Egitto (135°), dove il livello medio di felicità è crollato più drasticamente negli ultimi anni, e risulta inferiore a quello di nazioni vicine e affini come la Francia (29°) e la Spagna (36°), in particolare perché gli italiani danno un valore basso a 3 dei parametri che compongono la percezione di felicità: libertà di fare le proprie scelte di vita, libertà dalla corruzione, generosità da cui sono circondati.

Ciò conferma la tesi centrale della ricerca: le diverse percezioni nazionali dipendono non solo dall’effettivo stato economico, ma anche da come il tessuto sociale e istituzionale risponde agli stati di crisi, se generando o meno un clima di fiducia e sostegno. Laddove la qualità del "capitale sociale" è bassa, dice l’Onu, la crisi economica ha innescato reazioni di infelicità che non possono essere spiegate soltanto con redditi e occupazione in calo. I paesi europei meno felici sono Ungheria (104°) e Bulgaria (134°).

Quella della felicità è però una percezione soggettiva, non assoluta, e varia anche in base all’età e al genere delle persone. Il parametro meno significativo è quello del genere: benché le donne abbiano una percezione della vita livemente più positiva degli uomini, la differenza si riduce a un minuscolo 0,09 sulla scala da 0 a 10. Più rilevanti le differenze fra i gruppi di età dove, in generale, i giovani risultano più felici degli adulti.

In fondo alla classifica della felicità ci sono i paesi dell’Africa subsahariana e quelli attualmente più segnati dalla guerra: il Togo è all’ultimo posto nel mondo per livello di felicità, ed è preceduto da Burundi, Siria, Benin, Ruanda, Afghanistan, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ciad e Repubblica Centrafricana.

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