Lettera aperta di Alfredo Accatino ai colleghi creativi: diventiamo lobby e chiediamo le tutele che non abbiamo
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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di Alfredo Accatino, direttore creativo dell'agenzia K-events, ai colleghi creativi e "lavoratori della mente".

"In Italia esistono più di due milioni di persone che vivono di ciò che producono con il proprio pensiero e la propria immaginazione, disegnando le cose e le idee che vedete intorno a voi" ci scrive Accatino. "Eppure, non sono ascoltati, tutelati, rappresentati, valorizzati. Questa lettera dice basta. Con l’obiettivo di rilanciare una risorsa fondamentale per il futuro di questa nazione. Nell’interesse dei creativi. Nell’interesse del Paese. Quello che propongo, come iniziativa strettamente privata, è soprattutto un cambio di mentalità che, per una volta, metta da parte visioni corporative, per rendersi conto che in Italia esistono più di due milioni di persone che vivono di ciò che producono con il proprio pensiero".


Cari creativi,

leggete questa lettera. Ci metterete 300 secondi. Parla di voi. Dopo, sarete un po’ incazzati. Forse, più motivati. Magari saprete cosa fare. Altrimenti, postate una canzone.

Ora passo al tu. Se appartieni al 94% di chi “non” possiede o dirige un’azienda di successo, con riconoscimenti e dividendi, prendi un foglio di carta e scrivi su quali forme di tutela puoi contare. Fatto?

Che prospettive ritieni di potere avere, superati i 50 anni, se non dovessi divenire titolare, dirigente o star acclamata? E se ti dovessi ri-immettere sul mercato? Oggi, su quali garanzie puoi contare sotto il profilo sanitario, pensionistico, in caso di malattia, disoccupazione, maternità? Se invece sei un libero professionista o un free lance, che tutele hai su pagamenti e tempi? Quali spese scarichi? E gli utili corrispondono agli studi di settore? Se hai un contratto a progetto, a chi ti puoi rivolgere per mutui o finanziamenti? Se stai iniziando ora, quali aiuti hai ricevuto per lo start up? E, infine, se hai un’idea innovativa, chi è pronto ad ascoltarti? Come la proteggi?

Ma soprattutto, chi riconosce il tuo valore, e ti considera una forza importante e strategica? Chi ci rappresenta? Quale corrispondenza esiste tra le nostre idee, la nostra visione del mondo, l’amore per il bello in tutte le sue forme, e il sistema Paese?

Se, al contrario, appartieni a quel 6% che ottiene onori e premi, chiediti quanto sei veramente tutelato, e se non hai anche tu, stampigliata da qualche parte, la data di scadenza. Cosa succede se un fondo ti acquisisce e decide che non sei performante? Se litighi con i soci, se soffri di ansia da prestazione, se il tuo mercato entra in crisi, se improvvisamente ti pesa fare l’ennesima notte? Ma soprattutto, chiediti cosa puoi fare tu per il 94% di talenti che, meno di te, hanno ottenuto visibilità, guadagni, opportunità.

In Italia non esistono cifre che dicano quanti siano i professionisti della creatività. I “creativi”, semplicemente, non esistono. Eppure siamo quelli che costruiamo, ogni giorno, immagini, sogni e tendenze. Quelli che progettano le piattaforme dove ci si confronta. Che creano stili, storie e visioni da condividere. Disegnano il presente.

Io ritengo che in Italia siano più di 2 milioni le persone che vivono delle proprie capacità creative. Il doppio se si considerano ambienti di riferimento e indotti. Che producono il 2.3% del PIL. Con uno dei maggiori livelli di alta formazione e istruzione. E con un numero percentualmente altissimo di under 30.

Non siamo identificati, rappresentati, tutelati, rispettati, valorizzati. Facciamo un lavoro logorante, che riduce la capacità competitiva con l’avanzare degli anni. Prigionieri di stereotipi che ci vedono modaioli e svagati (bigliardino all’ingresso e lupetto nero) sempre alle prese con cose divertenti. In realtà protagonisti di quella fuga di cervelli che porta i più intraprendenti di noi ad andare all’estero per poter realizzare le proprie idee.

Facciamo un lavoro anonimo. Senza diritti d’autore, con ritmi superiori a qualsiasi regime contrattuale, disposti a lavorare di notte e festivi, sulla scia di quell’entusiasmo e disponibilità che è insita nel nostro lavoro, al quale non rinuncieremo, ma che diviene regola in luogo di eccezione. Ma non siamo missionari e non stiamo salvando la vita a dei bambini. Siamo solo uno strumento del sistema industriale. Lavoratori dell’immateriale, braccianti della mente.

Eppure, insieme alla ricerca tecnologica, rappresentiamo l’identità storica della nazione, il made in Italy, quello che ancora ci garantisce un briciolo di credibilità nel mondo.

Ci confrontiamo e diamo voce alle culture giovanili, invisibili e marginali per i media e potere quanto lo siamo noi. Sperimentiamo tecnologie e linguaggi. Pensiamo internazionale. Siamo quelli che hanno contribuito alla creazione della cultura web e social, della quale conosciamo, più di tutti, dinamiche, linguaggi e modalità.

Ma non siamo mai coinvolti nelle scelte, nelle soluzioni, nei processi decisionali sui grandi temi di questa società. Che rinuncia, di fatto, a valorizzare uno straordinario capitale di energia e innovazione.

Mi spiace dirlo, ma le associazioni di categoria in questo momento non hanno più senso. Così come il parlare di pubblicitari, grafici, autori e di altre piccole nicchie. Sono finite le corporazioni. Potranno essere utili solo dopo, per specifiche esigenze di settore. E basta.

Non ci sono creativi fighi e creativi di serie B. O lo sei, o non lo sei. Il cambiamento che vi propongo è di mentalità e di visione. Siamo e siete un’unica entità, qualunque cosa facciate: creativi per pubblicità e eventi, copywriter, art director, graphic & industrial designer, visualizer, web specialist. Ma anche artisti, autori, stilisti, scenografi, light designer, montatori, sceneggiatori, story editor, coreografi, registi, fotografi, progettisti, blogger, compositori, video maker, illustratori, musicisti, costumisti, direttori artistici, artigiani di ricerca, traduttori, ghost writer... Nelle grandi città, come in provincia, dove maggiori sono le difficoltà. Occorre spostare il livello di percezione/visibilità. Piantarla di fare gli individualisti. Divenire massa critica, movimento di opinione, influencer. Smettere di pensare all’orticello per acquisire quella che il buon Pasolini chiamava “coscienza di classe”.

Se il mondo non ci considera, usiamo le metodologie che il mondo comprende.

• Diventiamo lobby
• Impostiamo una rivendicazione sindacale (sì, avete letto bene)
• E quindi, diveniamo Gruppo di Pressione.

Anche in un momento di crisi, che potrebbe far sembrare irrealizzabili e utopiche queste istanze. Perché è quando si è in curva che occorre spingere sull’acceleratore.

Primo passo, renderci visibili, sollevando il problema. Al pari di quanto hanno fatto pochi anni fa i nostri colleghi sceneggiatori americani. Blocchiamo il giocattolo. Occupiamo la rete. Facciamoci vedere. Anche nelle strade. Senza sentirci obbligati a fare, manifestazioni fighe e creative. Poi, diveniamo piattaforma.

Cosa chiedere? Di ascoltarci. Di avere, in questo paese, un ruolo consultivo e decisionale. Ma anche ciò che hanno ottenuto tante altre categorie che, nella storia, prima di noi, hanno affermato in maniera organica i propri diritti:

1 - Tutela dei più giovani, regolazione del sistema stage, incentivi per chi assume. Finanziamenti o prestito d’onore per attrezzature e alta formazione.
2 - Garanzia di tempi e modalità di pagamento per professionisti e free lance. Con accesso a un Collegio Arbitrale per la risoluzione di problematiche professionali.
3 - Istituzione di un Fondo di Solidarietà inserito nella prestazione d’opera o nel contratto. Destinato ad aiutare chi si trova a vivere un momento di difficoltà per maternità, problemi di salute, disoccupazione. Con tassi agevolati per mutui e fidi.
4 - Diritto d’autore per tutte le forme espressive, per ridurre disparità di trattamento non più giustificabili. Anche alla luce della recente sentenza Bertotti contro Fiat.
5 - Adeguamento legislativo del concetto di "idea", oggi privo di rilevanza giuridica. E per le partite IVA, iscrizione separata con imposta al 75%, come avviene per la cessione dei diritti.
6 - Facilities per aggiornamento professionale e consumo di beni culturali, elementi base del nostro lavoro.

Diritti, si badi bene, che non devono essere appannaggio del soggetto singolo, ma anche di aziende e studi professionali che pongono la creatività come core business. Non vuol dire, quindi, lotta tra poveri, in un momento di congiuntura, ma condivisione di opportunità:

1 - Regolazione del sistema gare e riconoscimento della “creatività” all’interno del formulari.
2 - Diritto a poter scaricare da parte di agenzie/aziende le spese effettuate per ricerca, e nuove tecnologie. E incentivi per stage, apprendistato, assunzioni nell’area creativa.
3 - Riduzione fiscali e incentivi per lo start-up, con focus su under 30, factory, realtà collettive, in un contesto che valorizzi 3 assi portanti: creatività, ricerca tecnologica, arti.
4 - Attivazione di ammortizzatori anche per quelle aziende che non raggiungono i minimali per accedere a cassa integrazione o mobilità.

Ho finito. E, detto tra noi, non avrei mai pensato di dover scrivere un giorno un testo simile a un vecchio volantino sindacale o a una predica mormonica. Ma così è. Con la sensazione che il social, pensato per unire teste e mondi, possa servire a qualcosa di più che postare una canzone.

In questo percorso illuminante il dialogo di un piccolo film Generazione 1000 euro tra due amici, perennemente stagisti. “Questa è l’unica epoca in cui i figli stanno peggio dei padri…” è il commento di Matteo quando apprende che un suo coetaneo disoccupato lascia Milano per tornare dai genitori: “E qual è la nostra risposta? Mangiare Sushi.”   

E a me, il sushi, non basta più.
Alfredo Accatino

alfredo.accatino@creativi.eu
www.creativi.eu

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