Pensiero Laterale

Riccardo Pizzuti, Vicedirettore NH Leonardo da Vinci Roma
Cosa sbagliamo quando parliamo di F&B negli eventi
A
Se il successo di un evento è direttamente proporzionale alla soddisfazione dei partecipanti, quando si considerano gli eventi che si svolgono in Italia non si può non tenere ben presente che una delle maggiori aspettative riguarda il cibo. O, per dirlo con un termine un po’ cool, l’F&B.

Se due dei tre stereotipi che etichettano il nostro paese hanno a che fare con la buona tavola (anche se ultimamente la mafia sta pericolosamente aggiungendosi agli spaghettipizzaemandolino), è facilmente intuibile che i nostri partecipanti, quasi inconsciamente, siano affetti da aspettativa cronica da prestazione culinaria. E, come sa chi ha anche solo chiesto il prezzo di un testo di psicologia turistica, sta nella piena soddisfazione dell’aspettativa la chiave del successo della nostra industria.

Immaginatevi di percorrere i campi elisi e non trovarvi al fine il trionfante arco… tornereste ancora a Parigi?

Ma passiamo alla matematica: se il MICE sta all’incontro come il cibo sta al piacere, perché non aumentare il piacere, e pure l’incontro? L’F&B (food & beverage per chi avesse vissuto su Marte negli ultimi 15 anni) è un enorme facilitatore di interazione durante gli eventi: statisticamente, quante delle domande a cui le nostre hostess devono rispondere riguardano coffee break, lunch e gala dinner rispetto al punteggio ECM di una sessione medico-scientifica o alla data di realizzazione del palazzo storico in cui ci si trova? Quali sono le voci di costo maggiori in un budget? La ristorazione non rientra costantemente tra queste? Ma come ottimizzare questi costi? La qualità è l’unico parametro?

Io credo di no. Data per certa l’eccellenza dei prodotti che serviamo (e ciò non è direttamente proporzionale al loro costo, bensì all’intelligenza degli chef) e della loro presentazione, penso che si dovrebbe spendere più tempo a ragionare su come incrementare il valore relazionale del cibo. Mi fa sorridere spesso la “gelosia” che proviamo per i nostri clienti, che teniamo confinati in aree del ristorante o del centro congressi ben delimitate, identificate, e soprattutto distanziate dagli altri (eventuali) partecipanti a eventi contemporanei. Una sorta di zoo del congressista: “… ecco, qui si possono ammirare i chirurghi italiani, da quest’altra parte una specie rarissima di geologi turchi e in fondo alla sala un piccolo branco di top manager delle telecomunicazioni…” Quasi come se un geologo non telecomunicasse la sua improvvisa necessità di farsi operare in Italia.

Per non parlare poi della ristorazione “passiva”…ma chi di noi non si è divertito a cucinarsela (per così dire) in gruppo la cena di gala??

Nel ristorante di un mio carissimo amico ho letto una frase che mi ha molto colpito: “Il cibo per la nostra generazione rappresenta quello che la musica rappresentava negli anni ’60 e ’70”. Pochi dei nostri eventi (purtroppo) si concludono con una sana serata di danza, ma ditemi che avete mai negato un caffè ai vostri clienti…

Brano consigliato durante la lettura del post: Tom Waits - Christmas Card from a Hooker in Minneapolis (Blue Valentine, 1978)

Riccardo Pizzuti

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