I paesi più felici del mondo: perché la classifica Onu è rilevante e come spiega il 48° posto dell'Italia
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Si è celebrata ieri la Giornata mondiale della felicità, iniziativa voluta dall’ONU per ricordare ai paesi membri che l’obiettivo principale delle politiche di qualunque governo dovrebbe essere quello di perseguire la felicità dei propri cittadini. Felicità intesa non come emozione o gioia transitoria, ma come espressione di benessere e di soddisfazione per la propria vita: e proprio in questo senso le Nazioni Unite considerano il grado di felicità espresso da un paese come un indicatore significativo del suo livello di progresso e di sviluppo economico e sociale.

A conferma che quella della felicità è una questione molto seria, l’ONU pubblica da qualche anno il World Happiness Report, un tomo di quasi 200 pagine che ne indaga motivi, ragioni e componenti, proponendo la classifica dei paesi del mondo per livello di felicità e presentando le linee guida cui i governi del mondo dovrebbero ispirarsi per promuoverne la diffusione nei propri paesi e fra i propri cittadini.

Cresce il divario tra paesi felici e infelici
Il World Happiness Report 2017, presentato ieri al Palazzo di Vetro, è stato elaborato misurando la percezione che i cittadini di 155 paesi hanno della propria vita: su una scala da 0 a 10 (dove 0 è la peggiore vita possibile e 10 la migliore possibile), il livello medio di felicità nel mondo varia dai 7,5 ai 2,6 punti. Fra i 10 paesi più felici e i 10 meno felici c’è una differenza media di 5 punti, in aumento rispetto ai 4 delle precedente edizione: sembrano pochi, ma indicano una differenza abissale nel grado di benessere e sicurezza delle persone.

Le componenti della felicità
La percezione di felicità, dice il report, è data infatti da 6 fattori: l’avere persone su cui contare, la generosità della società circostante, la libertà di poter fare le proprie scelte di vita, l’aspettativa di una vita in salute, il reddito, l'onestà di cui si è circondati (cioè la libertà dalla corruzione) e la buona governance della società in cui si vive. Gli effetti della felicità, evidenzia il report, sono concreti e tangibili: le persone che si definiscono “felici” sono anche più sane, più produttive, più socialmente connesse, con effetti positivi che dall’ambiente familiare si riversano su quello di lavoro e benefici per il tessuto sociale ed economico, a vantaggio dell’intero paese.

Il primato della Norvegia e il prezzo del petrolio
E se la felicità non è figlia esclusivamente della ricchezza, ne è però parente stretta: i primi 10 in classifica sono infatti paesi dove l’innegabile benessere economico si accompagna a democrazia, stabilità, consenso sociale verso le regole comuni, buona governance e un elevato grado di fiducia da parte dei cittadini in virtù del basso livello di corruzione nel business e nelle istituzioni. Il primato della felicità va quest’anno alla Norvegia, che sale di 3 posizioni nonostante il calo del prezzo del petrolio, sua primaria fonte di introiti. È la dimostrazione, si spiega nel rapporto, che felicità non significa soltanto reddito: la Norvegia ha comunque scelto una produzione “lenta” e responsabile, badando a investire nel futuro e non solo a spendere nel presente, salvaguardandosi così dalle crisi cicliche del settore petrolifero che caratterizzano altri paesi produttori. Una politica possibile grazie a buona governance, obiettivi condivisi, fiducia nel sistema. Tutti elementi che caratterizzano anche gli altri paesi in cima alla classifica della felicità.

L’Italia risale di poco, ma continua a pagare il prezzo della sfiducia
Secondo paese più felice del mondo è la Danimarca, seguito da Islanda, Svizzera, Finlandia, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia: una top ten identica nelle componenti a quella del 2015, data della precedente edizione del report, rispetto alla quale si sono modificate soltanto alcune posizioni. Risale anche se di poco l’Italia, che nella classifica internazionale si piazza solo al 48° posto (era al 50° due anni fa), risultando meno felice di paesi molto meno benestanti – per esempio Guatemala, Panama, Colombia, Trinidad, Uzbekistan – e che, sostiene il report, insieme a Grecia (all’87° posto) e Spagna (34°) è il paese europeo dove si è registrato il calo più significativo della percezione di benessere rispetto agli anni pre-crisi 2005-2007. Per spiegare la discesa non sono però sufficienti disoccupazione e calo del reddito: le diverse percezioni nazionali dipendono infatti anche da come il tessuto sociale e istituzionale risponde agli stati di crisi, se generando o meno un clima di fiducia e sostegno.

Gli Usa perdono felicità e i cinesi non sono più felici di 25 anni fa
Interessante in questo senso è anche il calo degli Stati Uniti: 10 anni fa erano al terzo posto per felicità percepita, oggi sono al 19° a causa dell’aumento della corruzione e del declino del supporto sociale, dice il report. E in Cina, nonostante il diffuso e significativo aumento del reddito pro capite, la percezione di felicità è rimasta uguale a quella di 25 anni fa, con un 79° posto che riflette l’incremento della disoccupazione e il declino delle reti sociali di supporto.

Gli ultimi del mondo
In fondo alla classifica ci sono i paesi dell’Africa subsahariana e quelli più segnati dalle guerre in corso: la Repubblica Centrafricana è all’ultimo posto nel mondo per livello di felicità, preceduta da Burundi, Tanzania, Siria, Ruanda, Togo, Guinea, Liberia, Sud Sudan e Yemen.

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