Dalla sharing economy alla shadow economy: i numeri del sommerso turistico su Airbnb secondo Federalberghi
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Bernabò Bocca

L’ultimo affondo arriva dal palco dell’assemblea annuale che si è tenuta sabato scorso a Rapallo, e il presidente Bernabò Bocca non le manda a dire: “Il sommerso nel turismo ha superato il livello di guardia, determinando gravi conseguenze per i consumatori, per la collettività e per il mercato”. Il bersaglio sono i portali di affitti turistici che favoriscono la concorrenza sleale alle strutture ricettive accreditate, prime fra tutte gli alberghi: “Il fenomeno del sommerso danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali quanto chi gestisce in modo corretto le nuove forme di accoglienza. Entrambe le categorie sono esasperate dal dilagare della concorrenza sleale che inquina il mercato” ribadisce Bocca.

E se nel mirino sono in generale tutti i portali, il monitoraggio che Federalberghi ha realizzato con Incipit Consulting per dare una dimensione al fenomeno della “shadow economy”, come la definisce l’associazione, si concentra su quello più famoso. Secondo la rilevazione, ad aprile 2017 erano disponibili su Airbnb 214.483 alloggi italiani (il 25,6% più dell’anno scorso, pari a 42.804 alloggi in più), contro le 103.459 strutture analoghe ufficiali censite dall’Istat. Ciò significa, dice Federalberghi, che esistono almeno 110.000 alloggi che sfuggono a ogni controllo, anche se il numero reale, afferma Federalberghi, è probabilmente il doppio.

Le città italiane più interessate dal fenomeno sono Roma (25.743 alloggi su Airbnb), Milano (14.523), Firenze (6.992) e Venezia (5.973), mentre a livello di regioni i numeri maggiori sono in Toscana, con 34.595 alloggi, Lazio con 32.663, Lombardia con 25.148 e Sicilia con 23.020.

“Il Parlamento”, ricorda Bocca, “sta esaminando un decreto legge che assegna ai portali il compito di prelevare alla fonte la cosiddetta cedolare secca, pari al 21% del prezzo pagato dai clienti degli appartamenti in affitto. La definizione di un’aliquota agevolata non ci esalta, ma apprezziamo il fatto che sia stato individuato un percorso per garantire il prelievo delle imposte. È bene tuttavia chiarire che si tratta di una soluzione positiva ma non sufficiente, che dovrà essere integrata con altre misure di tutela, ad esempio in materia di igiene e sicurezza, di pubblicità ingannevole, di trasparenza (comunicazione delle generalità degli alloggiati alla pubblica sicurezza) e di imposta di soggiorno”.

I buoni esempi secondo Federalberghi non mancano: ad Amsterdam, per esempio, gli appartamenti privati possono essere affittati per non più di 60 giorni l’anno e non possono ospitare più di 4 persone per volta; a Barcellona chi vuole affittare il proprio appartamento per periodi brevi deve chiedere una licenza; a Berlino il Comune ha vietato l'affitto di appartamenti ai proprietari che non siano titolari di una licenza; a Bruxelles può affittare casa per meno di 90 giorni solo chi rispetta una serie di requisiti e solo con il consenso di tutti i condomini del palazzo e a Parigi i proprietari degli immobili affittati per brevi periodi devono iscriversi in un registro pubblico.

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